Cogli la rosa, giovane e bella

Cogli la rosa, giovane e bella

Le ho portate in una calda mattina di giugno. Delicate e profumatissime, attaccate a esili steli. Tra quelle gialle una di color arancio. Sola.

Eccoci!/ Facci posto,/ oh sole!/ A noi due/ e  ad una rosa./ Fra il mio seno/ e il petto forte che amo,/ sta una rosa,/ sola./ Oh sole, / la rosa vuol morire, /e noi/ vogliam la sua agonia/ tutta con nostra gioia/ consacrare./ Facci posto!”, scriveva Sibilla Aleramo.

Rose, dai colori tenui oppure accesi, immancabilmente seducenti, terribilmente attraenti, infinitamente eleganti. Aggettivi ed avverbi si sprecano al cospetto di questa meraviglia, piegano il capo uomini e donne in egual misura.

Cogli la rosa quando è appena sbocciata e profuma, non aspettare che trascorri il tempo e che appassisca”, recita un vecchio stornello salentino, ed il riferimento non è al fiore nella seconda strofa ma alla fanciulla che ugualmente sfiorisce. Oggi quei versi sarebbero giudicati inappropriati.

La rosa se l’azzurro la colora/ di sé rossa nel verde alza la rosa, rosa di macchia fulgida la rosa/ rossa d’azzurro, viola d’acqua nera”, scriveva Alfonso Gatto.

Ed io con le rose in mano qui davanti al tuo portone aspetto un vaso con acqua dove riporle prima che il caldo pieghi loro il capo. Rose, che non sfioriranno, queste.

Questa piccola rosa nessuno la conosce./ Potrebbe essere una pellegrina/ se non l’avessi tolta ai suoi sentieri/ e serbata per te./ Solo un’ape ne sentirà la mancanza,/ soltanto una farfalla, / affrettandosi da remote distanze/ per giacere sul suo seno -/ solo un uccello se ne stupirà -/ solo una brezza esalerà un sospiro./ Oh rosellina – quanto è facile / per chi è come te morire!”, scriveva Emily Dickinson.

Povere rose così invidiate da accostarle alla morte. Noi no, non lo faremo.