Indaco piovono baci dal cielo

Indaco piovono baci dal cielo

Il cielo ancora umido si illumina, una curva lo divide in due parti di infinito. Sette colori splendono alti e tra loro io, l’indaco, spicco.

 Sfumo, mi confondo tra il blu e il viola, mi tuffo nell’azzurro, mi prendo beffa del ceruleo, rendo umile il turchese, immobile nelle sue certezze. Arrivo come un fiume, li tiro tutti a me, li mescolo in un infinito abbraccio e con un arco in cielo mi illumino fulgido e splendente.

Piovono baci dal cielo e quei baci sono indaco, una dichiarazione d’amore che nasce tra le mani delle donne vietnamite di Hmongan che raccolgono fiore dopo fiore l’indigofera tinctoria, che muta, si muove, ondeggia passando da quel rosa quasi magenta dei suoi petali al più inafferrabile dei blu che appare sui polpastrelli di quelle mani delicate che ne raccolgono le foglie, le fanno fermentare per poi estrarne i pigmenti. Il tempo passa, giorni, mesi, anni. Ne servono quasi due per far nascere me, un colore. 

In una danza lenta come una pioggia d’estate.

Leggeri come fiori di melo i miei baci hanno inumidito le labbra dei potenti, le fronti dei ribelli, le gambe dei marinai del porto di Genova fasciati in quella nuova tela bleu-de-Gênes e da loro ai cercatori d’oro di Levi Strauss il passo fu una conseguenza di quel moto ondoso.

Indaco dagli occhi del cielo d’Egitto duemila anni prima di Cristo. Così leggero sulle tuniche vibravo in quella rapsodia che saliva in cielo e poi scendeva sugli abiti dei faraoni.

Esplodono baci dal cielo sul viso dei ribelli scozzesi in cerca di libertà e indipendenza, sui kimono che accompagnavano i defunti nell’altro mondo nel periodo d’oro in Giappone. 

Ti soffio tanti baci dal cielo e arrivano tra le mani di uno scienziato che ha comprato un prisma per darmi un nome. Sette colori per suonare in una scala maggiore le note nel cielo. Io nel mezzo. 

Ma poi mi sono smarrito. Ero sfuggente e anche chi aveva tutte le parole temeva di perdermi. Si preoccupò di me “color perso tra il purpureo e il nero” e si affidò all’arcobaleno per ritrovarmi, ma sentivo la sua preoccupazione per la mia sorte “E il giorno in cui non potessimo più ammirare l’arcobaleno potrebbe scomparire anche la parola indaco”

Brillavo alto nel cielo e scendevo per non perdermi in quel infinito, io sono il velo sulla Madonna del Vermeer, il cielo che spicca alle spalle del povero angelo di Klee, sono la notte che avvolge la chiesa di Auvers-sur-oise di Van Gogh. Io sono la ribellione del rosso del mulino di Mondrian. Stanco torno nel cielo di don Chisciotte e guardo la sua terra verde.

Oramai tutto mi sorvola.