Visioni d'insieme

Bruno Munari, indicami la strada

Bruno Munari, indicami la strada

Abitava lo spazio esatto dove il gioco si fa regola e la fantasia diventa metodo.

Bruno Munari come dono di nozze alla moglie Dilma Carnevali realizzò una delle sue prime Macchine Inutili, oggetti fatti con fili di seta e pezzi di cartone appesi al soffitto, “per distrarre lo sguardo e generare pensieri, al posto della polvere”.

A pranzo con amici iniziò a giocare con i rebbi di una forchetta, le piegò formando i gesti tipici del linguaggio italiano, dando vita alle Forchette parlanti, esposte ora al Moma di New York.

Per parlare di Bruno Munari bisognerebbe inventare nuove parole.

Insufficienti anche le lettere, anche aggiungendo quelle del latino esteso non bastano.

Cinque anni prima delle Forchette parlanti presenta la ricerca Il mare come artigiano, recuperando oggetti levigati dal mare, altri quattro anni prima I libri illeggibili, animati esclusivamente da racconti visivi.

Quando nasce suo figlio Alberto inizia a scrivere libri per l’infanzia, vincendo il Premio Andersen.

Tra un oggetto e un altro, di libri ne ha scritti moltissimi, trovando anche il tempo per illustrare quelli di Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra, Il libro dei perché, La grammatica della fantasia. Il sodalizio durato vent’anni. Erano due versi della stessa poesia.

Amava fare moltissime cose, fece suo, riadattandolo, un proverbio cinese “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.

Capì moltissimo. Ad esempio che “La regola da sola è monotona. La perfezione è bella ma è stupida. Bisogna conoscerla ma romperla”.

L’arte e il design avevano molto a che fare per lui con l’osservazione finalizzata a comprendere, con la contaminazione, con la ferma volontà di non creare cornici e limiti, spingendosi sempre oltre. Diceva che la cornice isolava l’arte dal mondo.

Tra i suoi collaboratori c’era anche il poeta Tonino Milite, suoi i versi “Passa/una vela,/spingendo/la notte/più in là”.

La bellezza, il gioco, la sovversione delle regole, la leggerezza erano la sua cifra stilistica.

La mamma, Pia Cavicchioni era una ricamatrice di ventagli che gli donò l’amore per l’infinitamente piccolo, l’apparentemente inutile e il bello. Dal padre Enrico Munari, prima capocameriere poi insieme alla moglie gestore di un albergo, il pensiero costante degli spazi da vivere.

Dalla loro unione nasce lui che scrisse “Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti e robe nel linguaggio. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. Piero Angela ha detto un giorno «E difficile essere facili». Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere che cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c'è in più della scultura che vuol fare. Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare per togliere, senza rovinare la scultura?”.

La natura è sempre stata una grande maestra, non voleva sottometterla, distruggerla, usarla, voleva farne parte. Amava ogni cosa plasmata dalla natura, come i sassi. “I sassi sono giocattoli forse un po’ primitivi ma però alla portata di tutti i bambini. Vi dirò che piacciono molto anche a me. Ne ho una bella collezione (non certo come quella del museo di storia naturale, altra cosa la mia: i sassi considerati come piccole sculture astratte, per intenderci Arp). E poi sono così umani, direi quasi (l’ho detto ormai) simpatici e antropomorfi. Questo sembra una rotula o il cranio di un gattino. Tiepido.”

Come una torta millefoglie stratificava esperienze, prendeva da ciò che gli dava incanto e stupore e reinventava un mondo nuovo “L'arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nelle forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi”.

Quando nel 1993 assiste ad una mostra di Duchamp a Palazzo Grassi a Venezia decide di realizzare la Bottiglia Lampo, omaggio al pittore francese. Viene prodotta in 50 esemplari corredati da una sua poesia “Colpo di fulmine/tra una bottiglia/e una chiusura lampo/Come di solito/in questi casi/non si può mai/spiegare il perché./Contiene spirito/stimolante l’immaginazione./Un sorso prima/un sorso dopo.”

Le parole non bastano per raccontare i 91 strepitosi, sovversivi e spumeggianti anni di vita di uno dei grandi artisti del Novecento e anche affiancando ogni possibile aggettivo in gruppi da tre, non basterebbero.

Tracciò una linea, assolutamente non retta, che seguì per tutta la sua vita.

“Il segno che chiamiamo errore non è altro che un segno diverso da quello che noi abbiamo stabilito come esatto. L’errore può essere un’indicazione per altre strade”.

Cambiò ogni cosa conosciuta portando la fantasia al potere.

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