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Era una studentessa d’arte quando nel 1908 andò alla Galleria 291 per ammirare i disegni di nudo di Rodin.
Georgia O’Keeffe intravide per la prima volta Alfred Stieglitz, l’uomo della sua vita, ma lei ancora non lo sapeva. A turbarla furono quei disegni, poche linee, un accenno di forme, una sensualità palpabile. Ma smise di dipingere per 4 anni, l’odore della trementina la faceva star male.
Passarono otto da quel primo casuale incontro quando lei inviò all’amica newyorkese Anita Pollitzer alcuni disegni a carboncino con la promessa di non mostrarli a nessuno. Anita ne fu talmente impressionata che li portò a Stieglitz. “Finalmente, una donna sulla carta” disse lui ed espose quei disegni. Lei ignara di tutto si infuriò, prese un treno e il primo vero incontro tra i due fu una lite furibonda. Lei era una giovane insegnante di 28 anni lui un grande maestro dell’arte di 52. Georgia non indietreggiò, lui non perse la calma e le spiegò il perché di quel gesto. Lei era rivoluzionaria. Tutto lì, e il mondo doveva vedere con occhi la sua rivoluzione.
Da quel primo incontro iniziarono a scriversi, lo fecero per tutta la vita, oltre 5mila lettere.
In una delle prime lui le scrive “Ho guardato i tuoi disegni ancora e ancora... Sono come te. Sono come la musica. Sono come il vento che soffia sulle colline. Sono come la luce del mattino che entra nella stanza”.
In quel lungo carteggio c’è la via di entrambi, l’arte, l’amore, la visione del mondo. Erano l’uno per l’altra, un riflesso.
Per oltre vent’anni lui immortalò il suo viso e il suo corpo in oltre 300 scatti, le mani intrecciate, primissimi piani, il corpo nudo.
Intanto lei era tornata a dipingere.
“Sento di avere qualcosa di molto mio da dire — e sento che se riesco a dirlo con onestà, sarà la cosa più vera che sia mai stata fatta. Tu sei l'unico che sembra capire che non sto cercando di fare quadri, ma di liberare me stessa” scrisse in una lettera al marito.
Nel ’39 fu inviata dalla Dole Food Company alle Hawaii per dipingere ananas per la compagna pubblicitaria della società. Il processo creativo era sempre il medesimo, doveva immergersi nella natura dei luoghi da dipingere e solo quando erano permeati in lei poteva trasferirli su tela. Alle Hawaii le impedirono di vivere nelle piantagioni, così lei decise di dipingere vulcani e fiori. Neanche un ananas per mesi. Una silenziosa e pacifica protesta.
Solo tornata a New York, inviò alla Dole Food Company un quadro con un grande ananas.
Il contatto con la natura lussureggiante o arida che fosse, era sempre per lei una fonte di ispirazione continua. Trascorse anni in New Mexico dove per proteggersi dal sole adattò la sua Ford Model A a studio mobile, smontò il sedile del passeggero e dietro ci posizionò il cavalletto. Dipingeva in auto per giornate intere, poi si girava, imbracciava il volante e tornava a casa.
“Ho detto a me stessa, io ho nella mia testa cose che non somigliano a quelle che mi sono state insegnate - forme ed idee così vicine a me - così naturalmente conformi al mio modo di essere e di pensare che non mi è mai capitato di mettere su tela. Ho deciso di iniziare da capo, di cancellare quello che mi è stato insegnato.”
Sui suoi fiori tanto si è scritto, simboli della femminilità per molti critici, ma lei interrogata sul significato di quei grandi fiori dai petali carnosi rispose "Voi scrivete sui miei fiori come se io vedessi ciò che vedete voi. Ma io non lo penso affatto…Vedere un fiore richiede tempo. In un certo senso, è come avere un amico. Se non dedichi tempo a quell'amico, non lo conoscerai mai veramente. Se guardi un fiore velocemente, non vedi il fiore. Vedi l'idea di un fiore. Io ho deciso che l'avrei dipinto così grande che anche gli indaffarati newyorkesi avrebbero dovuto prendersi il tempo per guardarlo”. In un certo qual modo voleva fermare il tempo o quantomeno sfidare la gente a provarci.
Si innamorò di un rudere nel paesino di Abiquiú, un muro di mattoni rossi e una porta, bastarono questi due elementi per farla innamorare. Ci vollero anni per restaurarlo e dargli la sua visione, finestre enormi e lucernai ovunque per far entrare il cielo e la luce naturale in ogni angolo della casa, d’inverno dipingeva stesa sul suo letto guardando fuori dalla finestra.
Il Ghost Ranch era il suo mondo, tutto era animato e sempre parte di un insieme che contribuiva a creare la sua necessaria visione d’insieme. Dalla casa poteva raggiungere quella che lei chiamò affettuosamente The Pedernal, una montagna piatta, “È la mia montagna. Dio mi ha detto che se la dipingo abbastanza spesso, posso averla”.
C’era poi The Black Place, il posto nero, una lunga serie di colline nere e grigie. Per catturare la luce dell’alba in quel luogo che i suoi occhi vedevamo come “un miglio di elefanti grigi addormentati”, prendeva la sua Ford, guidava per 150 miglia, mangiava cibo in scatola, la notte dormiva in tenda e all’alba era lì tra i suoi immaginari elefanti. Si riappropriò del tempo, dello spazio e di sé stessa. La natura, i colori, le tele e i pennelli erano tutto ciò di cui aveva bisogno e tutto ciò che la nutriva profondamente. Per incontrarla i visitatori dovevano aspettare che lei esponesse un teschio di bue fuori dalla porta e solo allora potevano bussare. Coltivava l’orto, faceva lo yogurt in casa, in perfetto equilibrio con la natura, con cui si sentiva un tutt’uno.
“Ho scoperto che potevo dire cose con i colori e le forme che non potevo dire in nessun altro modo — cose per le quali non avevo parole”.
Joan Didion, in un saggio tratteggiò perfettamente il suo spirito “La O'Keeffe sembrava aver deciso molto presto che la vita era una questione di eliminazione del superfluo. Era una donna che sapeva esattamente quanto spazio occupava e quanto ne voleva”.
Aveva un che di ultraterreno, quando Ansel Adams andava a trovarla in New Mexico restava incantato da quell’equilibrio cosmico perfetto “Georgia è un individuo piramidale. È immutabile, come le rocce del suo deserto. Non c'è nessuno come lei, né ci sarà mai”.
Allontanò da sé le regole della vita sociale, viveva di ciò che la nutriva. A 70 anni decise di fare il giro del mondo, tre mesi interi in cui scoprì, sorvolando l’Himalaya, la bellezza delle nuvole che dipinse nella serie Sky Above Clouds.
Da ogni viaggio portava i suoi amati sassi, che aveva di ogni forma e colore, ben ordinati, “toccarli mi aiuta a pensare”.
Visse di luce, colori e forme, era assoluta, tutto era in lei da sempre. Alfred fu il primo a vederlo “Non ho mai incontrato nulla di così simile a un fiore selvatico, a una creatura del tutto incontaminata”.

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