
www.pressinbag.it è una testata giornalistica iscritta al n. 10/2021 del Registro della Stampa del Tribunale di Bari del 10/05/2021.
Nessuno è stato in grado di guardare una magnolia come lei.
La simmetria, l’equilibrio visivo, il bilanciamento perfetto di luci e ombra e una scala di grigi che solo lei possedeva, celebrava la natura, riscrivendola cambiandone proporzioni e grandezze.
Il padre la chiama Imogen dopo aver letto Il cimbelino di Shakespeare. Così a 15 anni Imogen Cunningham, con un nome dal destino non beneagurante, compra la sua prima macchina fotografica e inizia a sperimentare, sempre con un approccio scientifico. Studia la chimica dei sali d’argento e la stampa a contatto su carta salata, si laurea in Chimica perché non esisteva un corso di fotografia all’Università di Washington. Se incontra un ostacolo traccia un nuovo sentiero per arrivare alla meta. La tesi sarà sull’azione della luce sulle emulsioni fotografiche, in particolare la reazione dei bromuri d’argento alla luce UV in funzione della temperatura e della concentrazione della gelatina.
Poi con una borsa di studio vola in Germania a Dresda dove approfondisce le tecniche di stampa al platino. Nascono lì da quegli studi i suoi infiniti grigi.
La verità solo la verità nelle sue foto, la nitidezza è l’unica religione. Nel 1932 con Ansel Adams e Edward Weston fonda il Gruppo f/64, un omaggio al numero di diaframma dell'obiettivo fotografico con cui realizzano immagini definite.
Quando diventa madre, sperimenta l’ardito compito di coesistere senza annullarsi con tre figli. Traccia la via, sceglie come soggetto delle sue foto le piante del suo giardino, “Ho fotografato i fiori perché erano gli unici soggetti che non si muovevano mentre io mi prendevo cura dei miei tre figli”.
Nasce così da quella lunga serie di calle, magnolie, foglie di eucalipto il parallelismo con Georgia O’Keeffe.
Per i critici d’arte erano due lati della stessa medaglia, Imogen Cunningham è la Georgia O'Keeffe della macchina fotografica ripetevano sempre. Lei rispediva al mittente il confronto. Si conobbero, Imogen ritrasse Georgia, si stimavano ma le loro vite scorrevano su binari paralleli destinati a non incrociarsi mai. Se Georgia costruiva eternità, Imogen rubava istanti e fu solo un caso se entrambe lo fecero utilizzando fiori.
Fu una delle prime a fotografare nudi maschili e femminili, quando nel 1915, Imogen fotografò suo marito, l’artista incisore Roi Partridge, per la serie The Swimmers, nudo su una montagna, il suo lavoro fu considerato immorale. Lei ritirò i negativi, li conservò per 50 anni e quando negli anni Settanta li ritirò fuori spiegò “Non aspettavo che i negativi invecchiassero, aspettavo che il mondo diventasse abbastanza intelligente da capirli”.
Negli anni Cinquanta ottiene l’autorizzazione per entrare nella prigione di Alcatraz e fotografare le celle vuote, le sbarre, gli oggetti rimasti per testimoniare il peso psicologico della reclusione attraverso uno studio sulla geometria dello spazio.
Gira per le strade con i suoi vestiti neri e i lunghi capelli bianchi, la macchina fotografica al collo. Quando un aspirante fotografo le chiese “Che tipo di macchina fotografica dovrei comprare per diventare bravo come lei?”, lei rispose “Non è la macchina che conta, ma la distanza tra l'occhio e il cervello”.
La sua lingua era soda caustica.
La sua mente sempre proiettata in avanti.
A 87 anni fa domanda per la borsa di studio Guggenheim, che ottiene e utilizza per stampare tutti i negativi che aveva accumulato in 70 anni senza mai stamparli.
Due anni prima di morire, a 92 anni, inizia un progetto “After Ninety”, sulla bellezza della terza età, le rughe come venature di foglia.
“Il mio obiettivo nella fotografia è di descrivere le cose in modo così chiaro che se le persone le vedessero nella realtà non le riconoscerebbero, perché non le hanno mai guardate così da vicino”.

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