Nel blu dipinto di blu

Nel blu dipinto di blu

Danzano le infinite sfumature di un colore che non conosce confini. Inizia il celeste, alba di un colore che nasce dal bianco.

Lo seguono il ceruleo, il turchese, l’azzurro, l’indaco e il blu oltremare con le sfumature più vibranti mai riflesse. Danzano nel tempo da quando ancora non avevano un nome, danzano sublimi e divine come negli abiti dei faraoni egiziani. Danzano in battaglia come i celti in cerca di libertà. Danzano sulle dune di sabbia con i tuareg. Danzano sulle onde del mare sin quando qualcuno le viene a cercare. 

Danzano con la consapevolezza di portare bellezza ed incanto e la pretesa di essere curate. Non nasce dal nulla il blu oltremare. Bisognava attraversare mezzo mondo, oltre il mare, raggiungere le miniere di Sar-e-Sang tra le montagne dell’Afghanistan per quei lapislazzuli capaci di riflettere l’azzurro più intenso che era possibile immaginare. Venivano frantumati, caricati su asini e cammelli, percorrevano la Via della Seta, raggiungevano la Siria e poi in nave Venezia e da lì in tutto il mondo allora conosciuto. Lo scrisse anche Marco Polo “l’azurro e è l’migliore e l’più fine del mondo”. Una tonalità incantevole, la stessa del cielo di Bacco e Arianna dipinto dal Tiziano. La stessa che ritroviamo nel tempio scavato nella roccia nella valle di Bamiyan. Un colore brillante, profondo e intenso. Bellissimo e costosissimo. Tanto che il Pinturicchio, ma non solo lui, nei suoi contratti inseriva una clausola che comprendeva i costi per andare a Venezia per acquistare il blu oltremare. 

Cercarono di riprodurlo artificialmente ma fu un fallimento necessario. Non era più possibile realizzarlo con i lapislazzuli di Sar-e-Sang, il costo era ormai spropositato. 

Ma la sua versione artificiale mancava di anima. Non era capace di  riflettere la luce in modo sempre diverso, non aveva vita. Il pittore Yves Klein, cercò per tutta la vita la giusta tonalità di quel colore. Tentò e ritentò, mischiò colori, aggiunse corposità, cercò di renderlo vibrante, voleva fermare l’attimo in cui il cielo non ha più la sfumatura del giorno ma neanche quella della sera.

Provò sin quando ottenne il blu perfetto, che fu poi chiamato in suo onore International Blu Klein.

E l’indaco? tutti conoscono la volubilità dell’indaco. Realizzarlo senza i giusti tempi lo rende instabile. L’indaco puro non lasciava spazio a nessun altro colore, sfacciato al punto da causare quella che chiamarono la “malattia del blu”. Resisteva meglio di qualsiasi altra tonalità al passare del tempo, tanto che tintori e pittori ne mescolavano sempre qualche goccia per creare il verde e il nero. Col passare degli anni però il nero e il verde svanivano, lasciando spazio solo all’indaco. Ancora una volta la malattia si manifestava.

Quel senso di onnipotenza che era capace di creare è ben noto ai tuareg che durante la cerimonia di passaggio da ragazzi ad uomini ricevono in regalo una tagelmust color indaco per coprirsi il capo e più l’uomo è importante più l’indaco sarà brillante.

Anche nel caso dell’indaco i tentativi di ricrearne uno artificiale furono tanti e spesso infruttuosi. Ci vollero trent’anni di tentativi e venti milioni di marchi d’oro per ricreare l’indaco puro.

Ci sono poi sfumature nate per sbaglio o meglio per truffa. Come il blu di Prussia. L’alchimista Johann Jacob Diesbach acquistò la solita potassa per realizzare il suo solito rosso brillante. Ma la sostanza che gli fu venduta era piena di impurità, contaminata con un olio naturale che diede vita ad un ferrocianuro di potassio che combinato con il solfato di ferro diede vita ad un nuovo colore: il blu di Prussia. Divenne una delle sfumature preferite da Picasso nel suo periodo blu e aveva anche proprietà taumaturgiche. Il blu di Prussia veniva utilizzato per curare le persone avvelenate da tallio e cesio radioattivi. 

Ma la danza non finisce mai e in quel continuo movimento che è impossibile fermare nascono mille e mille sfumature. 

Come il cielo celeste dei quadri di Magritte costellato di nuvole bianche e candide o quello che ricorda l’aria di Parigi, come lo dipinse Kandinsky nelle sue opere “Azzurro Cielo”.

Catturate una sola di quelle mille sfumature danzanti, che non sempre hanno avuto un nome, ma sempre un significato, come per i Maya che non distinguevano l’azzurro dal verde, ma li consideravano entrambi i colori dell’universo. 

Ma se riuscite a prenderne anche solo una, datemi quella macchia azzurra in un quadro di Joan Mirò del 1925, sotto la quale ha scritto “questo è il colore dei miei sogni”.