Le parole che ci restano

Le parole che ci restano

Cosa ha permesso alle parole dei libri che abbiamo amato di inanellarsi una dopo l’altra in una sequenza perfetta?

 Come sono arrivati da una pagina bianca alla parola fine gli autori che li hanno scritti?

Natalia Ginsburg amava l’ozio e diceva che solo nell’ozio la mente pascola e quindi crea. Lei faceva pascolare la sua nelle prime ore del giorno, seduta con gli occhi quasi chiusi. 

“Devo dire che andando avanti nella vita ho capito che però ... dopo, quando si diventa più adulti, ha meno importanza lo stato d'animo rispetto alla scrittura, nel senso che si hanno a un certo punto della vita tante perdite che un sottofondo di infelicità profonda c'è sempre, e perciò influisce meno...Uno impara a scrivere in qualunque stato d'animo, e si sente un po’ più…non dico lontano dalla vita, ma un poco più pronto, disposto a dominarla”

Anche per Katherine Mansfield l’ozio dominava le sue giornate, ma diversamente dalla Ginsburg non le serviva per far pascolare le idee, ma per riprendersi dai dolori della tubercolosi. Un po’ come se in quelle giornate riprendesse fiato. “Devo confessare d’aver trascorso una giornata interamente in ozio. Dio sa il perché…mi sento colpevole, ma allo stesso tempo comprendo che il riposo è ancora la migliore cosa che mi resta…c’è molto da fare e io faccio così poco. La vita sarebbe quasi perfetta qui, se tutte le volte in cui avessi intenzione di lavorare, lavorassi”. Combatteva ogni giorno con il dolce far nulla, quel farsi cullare dal tempo che la ammaliava. Poi però si imponeva di resistere a quella malia, “in generale succede che, insistendo, finisco per emergere”.

Charlotte Brontë poteva trascorrere giornate, settimane, mesi senza scrivere una sola parola. Cercava “una visione” e solo quando le appariva nitida davanti agli occhi riprendeva a scrivere. Anche nei momenti di maggiore ispirazione c’era una regola alla quale non si è mai sottratta. Alle 21 in punto lei e le sue due sorelle smettevano di scrivere e si raccoglievano intorno alla tavola per leggersi a vicenda ciò che avevano scritto, per confrontarsi e stimolarsi l’un l’altra.

Avida di vedere, fare e conoscere, Susan Sotang era un flusso continuo di energia che cercava di incanalare nella scrittura. “Ho bisogno di guardarmi dentro tante volte. Ed è uno sforzo trovare questa solitudine, perché non sono una persona che ama recludersi. Mi piace stare in mezzo alla gente, non amo particolarmente stare sola”.

Doveva recludersi, precludersi quella fame di tutto che la divorava e per farlo era arrivata a drogarsi, utilizzava lo speed che le consentiva di trascorrere dalle 18 alle 24 ore seduta a scrivere senza alcuna distrazione.

“Mentre lavoravo alle ultime pagine de Il benefattore, non mangiai, non dormii e non mi cambiai per giorni. Alla fine non mi fermavo più neanche per accendermi le sigarette. Chiedevo a David di stare lì e di accendermele mentre io continuavo a battere sui tasti”

Per lei la scrittura era “straziante e dolorosa” e in quanto tale necessaria.

Molto più tranquilla e parca era la vita letteraria di Virginia Woolf. Per lei le parole arrivavano a gocce. Una dopo l’altra. 

“Una giornata buona, una cattiva, tiro avanti così” scrisse nel suo diario 

“credo che pochi siano torturati come me dallo scrivere. Solo Flaubert, forse”. Si era imposta una routine rigida, scriveva sempre tra le 10 e le 13, ogni giorno, sette giorni a settimana, undici mesi l’anno. Mai di notte.

“Come facciano i grandi scrittori a lavorare la notte, è un mistero per me. Ci ho provato una vita fa, e la mia testa è piena di ovatta calda, incompleta” .