Katherine Mansfield: “Voglio essere tutto ciò che sono capace di diventare”

Katherine Mansfield: “Voglio essere tutto ciò che sono capace di diventare”

“Ho sempre avuto una furia isterica di vivere, l’isteria è una grande ispiratrice. Detesto le ore grigie, amo i giorni che passano all’orizzonte come nubi di tempesta”.

Lei è Katherine Mansfield, anche se confinarla in un nome è una cosa che detestava. Ne cambiò mille, ne uso così tanti da non far capire mai di chi realmente si trattasse. Ignota anche a se stessa “sono un essere segreto fin in fondo a me stessa”. E’ nata Katherine Mansfield Beauchamp, ma nel corso della sua breve e tumultuosa vita è stata Yekaterina, Katherine Schönfeld, Elizabeth Stanley, Kissienka, Julian Mark, Katinka, Matilda Berry, Tig, Katia, Mouse, Kass, Wig, Katie, Katharina e infine semplicemente KM.

Nei trentaquattro anni in cui ha brillato sulla terra, lei che voleva “essere tutto ciò che sono capace di diventare” è stata dissoluta, audace, anticonformista e incredibilmente talentuosa tanto da attirarsi l’invidia della sua amica-nemica Virgina Woolf che nei suoi diari ne ammirava con un certo disappunto la capacità di scrivere con quella semplicità e verità e immediatezza che la contraddistingueva, ma in pubblico ha fatto di tutto per sostenerla, compreso pubblicare con la sua casa editrice, la prestigiosa Hogart Press gran parte dei suoi lavori. 

Katherine Mansfield nasce circondata da bellezza e ricchezza, il padre era il presidente della banca della Nuova Zelanda e possidente terriero. Una ricchezza che ne definì il carattere indolente.

Ben presto Katherine si stanca del provincialismo dell’isola e vola a Londra, che sceglie come casa base, per poi viaggiare un po’ ovunque. Prima che grande scrittrice è stata una violoncellista di talento. La famiglia la osteggiò e dopotutto la scrittura era un talento di famiglia. Sua cugina era Elizabeth von Armin. Scrivere divenne il centro del suo essere “sento il mio lavoro come una passione, è la mia religione, il mio mondo, la mia vita”.

Ma ancor più che scrivere amava vivere. Una vita talmente sregolata per quei tempi che la madre, di cui scrisse “è qualcosa tra una stella e un fiore”, non poteva capirla né amarla tanto da essere indulgente sulle sue intemperanze. Così la diseredò e la spedì in Baviera alle terme, per placare i suoi bollenti spiriti. In quel soggiorno freddo e piovoso Katherine perse il figlio che portava in grembo. Ma l’essere lì in un luogo senza stimoli e divertimenti le cambiò la vita per sempre. Per non affogare nella noia si diede alla lettura. Ebbe il suo primo incontro con Anton Cechov, le pagine dei suoi libri la affascinarono a tal punto da considerarlo per tutta la vita il suo punto di riferimento stilistico. Lui e solo lui. 

Bazzicò il circolo Bloomsbury, fu amica della Woolf, di D.H. Lawrence e di Bertrand Russell. Ma nessuno la influenzò come Cechov. Amava divertirsi e si impose ben poche regole nella sua vita. La fedeltà non era tra quelle. Con Lawrence, sua moglie, l’aristocratica tedesca Frieda von Richtofen (cugina del “Barone Rosso”) e naturalmente suo marito John Middleton Murry ebbe un ménage à quatre. A sua discolpa va detto che Murry non fu il migliore dei mariti, anche se della moglie fiutò subito il talento e si impegnò parecchio nella pubblicazione delle sue opere. In vita e in morte. Cosa che lo rese ricchissimo, a differenza di Katherine che in vita non ebbe particolari riconoscimenti del suo talento.

Ma neanche di questo si curò troppo. Aveva ben chiaro ciò che una donna doveva avere “indipendenza, risolutezza, uno scopo fermo, il dono della discriminazione, chiarezza mentale. Ecco le doti indispensabili”.

Gli ultimi sei anni della sua vita trascorsero nel tentativo vano di curarsi dalla tubercolosi. E anche in questo trovò un legame con il suo amato Checov, morto della sua stessa malattia. Il legame invisibile tra i due durò tutta la vita, anche se non si incontrarono mai. Ne era talmente ossessionata che volle conoscere Ol'ga Leonardovna Knipper, una dei membri della prima compagnia del Teatro d’arte di Mosca, ma soprattutto vedova di Cechov.

Ha sempre richiamato nei suoi scritti gli stessi espedienti stilistici dell’autore russo. In ogni sua pagina si legge un continuo rimando a lui. Qualcuno osò parlare di plagio, ma lei voleva solo omaggiarlo.

Oggi tutti parlano di lei come di una delle più grandi scrittrici di racconti brevi ma lei, che in vita non ebbe grandi riconoscimenti per il suo talento scrisse “Quando iniziamo a non prendere sul serio i nostri insuccessi, significa che stiamo cessando di averne paura. È di un’importanza immensa imparare a ridere di noi stessi.” 

E lei rise molto. Sbagliò molto. Amò molto. Scrisse molto.

Visse, essenzialmente visse.