Maria, il libro nudo di Lalla Romano

Maria, il libro nudo di Lalla Romano

Se la libertà di un lettore può essere vincolata indicandogli una lettura imprescindibile, una di queste è Lalla Romano.

 La sua vita e le sue opere, in parte dimenticate, sono imprescindibili e testimoni di un tempo perduto, di un modo di stare al mondo inimmaginabile. Troppo vero, troppo scevro da vana gloria, troppo teso verso un senso della cultura, della società, della bellezza che oggi appartiene a pochi. 

Lalla Romano scrive Maria, edito da Einaudi e Eugenio Montale lo definisce un libro bellissimo e a lungo si è battuto per dare all’opera della Romano il posto che meritava. Lei credeva così tanto nel suo libro che lo inviò a Giulio Einaudi accompagnato da una lettera invitandolo a farlo leggere a sua moglie Renata che “so che è una buona lettrice”

Non piacque a Cesare Pavese che parlò di una retorica del semplice, dell’impassibile, dell’umile, ma fu l’unico.

Il legame tra Lalla Romano e Maria Bottero è raccontato in maniera così vera da sentirlo nostro, è un vissuto che potrebbe appartenerci. 

“Non c’è, nella nostra letteratura di quegli anni, libro più severo, più spoglio, più essenziale, più nudo: dove si rinunci a qualsiasi commento intellettuale, a qualsiasi eco musicale attorno ai fatti” scrisse Pietro Citati sul Corriere della Sera il 14 dicembre del 1980. E Maria è esattamente così. Nudo. Non ci sono orpelli, non ci sono abbellimenti, non calca la mano, non scava. Ci mostra una vita, quella di due persone che si incontrano, la madamin e la donna che la aiuta nelle faccende di casa, che vivono una vita che è loro, oltre quella singola vissuta da ognuna delle due. Maria è più forte e salda di quanto non lo sia la madamin, nel libro come nella vita e traspare dalle lettere che le due si sono scritte per anni. Due mondi opposti che si incontrano e si intrecciano e non possono vivere l’uno senza l’altro. 

Elio Vittorini nel risvolto del 1953 definisce il libro come “una storia di rapporti umani che si realizzano come rapporti ritmici e che tuttavia tendono a mostrare, malgrado il loro ripetersi, quanto di unico e di insostituibile, di dato una volte per tutte, vi sia in ogni individuo”.

Sa quindi tanto di semplicistica invidia verso una scrittrice alle prime armi e per giunta donna, l’uso di parole come retorica, in un libro che è tutto tranne che retorico. Carlo Bo parla del “costruirsi musicale di una verità” mentre Giuseppe De Robertis lo definisce “arioso, vero, tutto vero…diviso in ventidue capitoli, e suddiviso in tanti frammenti o ‘respiri’”.

E ricorre in tutti questi giudizi l’ammissione del grande merito di questo libro: raccontare la verità, senza indugi.