Tra i vicoli di Catania con Goliarda Sapienza

Tra i vicoli di Catania con Goliarda Sapienza

Solo Goliarda Sapienza poteva scrivere un libro partendo da un assunto incontrovertibile: io sono Jean Gabin.

Ancora piccola si immedesima nell’attore francese in una maniera assoluta e da lui impara tutto. Certo c’è poi tutta la famiglia, quella di Giuseppe Sapienza, avvocato “amato dai poveri e odiato dai fascisti, ma da tutti rispettato e temuto” e di Maria Giudice anarchica e rivoluzionaria che rese la sua casa un “focolaio di resistenza e di controcultura”. Scendevano poi a grappolo dal quel tralcio forte e resistente, tutti i figli, dieci “Tutti sballottolati gli agnellini del branco Giudice-Sapienza. Eh già, il grande montone Sapienza e la sua signora stavano più in galera che nel mondo, così i figli venivano catapultati fuori dal gregge e cadevano dove potevano, poveri animaletti senza colpa nati da coppie ribelli - ma quella era colpa dell’ideale”.

La più piccola, Goliarda cresce libera di scorrazzare per le strade della Civita, la sua Catania e soprattutto di andare al cinema Mirone per incontrare ogni volta il suo alter ego, Jean Gabin.

Nel mezzo ci sono tutte le figure con cui è cresciuta e che le hanno donato sapere e conoscenza, come il professore Jsaya che le diceva “Non bisogna lasciare che la vita distrugga il sogno…la vita è economia e sogno e se si riesce a staccare nettamente questi due campi e tenerli a bada in modo che nessuno dei due prenda il sopravvento sull’altro si ha la grandezza”.

Goliarda Sapienza scrive Io, Jean Gabin quasi sapendo che resterà nella cassapanca insieme agli altri suoi manoscritti. Nessun editore osava pubblicarla. 

Sino al 2010 quando Einaudi ha dato il libro alle stampe per la prima volta.

Questa bambina “destinata al domani” che ha gli occhi chiari come il suo Jean trema al pensiero di deludere i principi familiari, ricorda da grande le parole della mamma “La mafia come il fascismo sta dentro di noi - retaggio antico -, acquattata, pronta a trascinarci verso il male. Il ricordo di quelle parole mi fa piangere più forte e gridare mentre braccia mi sollevano: non sono mafiosa papà, lo giuro!”. Sempre in bilico tra grandi ideali politici e sociali e la bellezza che impara da piccola a riconoscere “Devi sapere che la vera bellezza nelle donne si nasconde, non si mostra subito. La vera bellezza ha come una pudicizia innata, una difesa che la natura mette accanto a qualcosa che ritiene prezioso e degno solo di chi è degno di apprezzarla”. Questa bambina che osserva le donne per capire “come si impara la vita da loro che come un fiume sanno scrutare la strada fra massi taglienti, dirupi e spine verso le braccia spalancate del grande mare” aveva in se già tutto quello che sarebbe stata e negli anni avrebbe mantenuto vivo l’incanto e la lotta “Filo via in cerca della mia vita. Ma io l’ho vissuta già la mia vita, penso almeno tre quattro volte! e per quanto faccia, per quanta volontà, intelligenza, fantasia sprigioni intorno a me per incanalarla e sottometterla al mio volere, mi si delinea davanti in quell’unico teorema possibile che è il risultato di mia madre, mio padre, mio zio, i miei fratelli eccetera. Risultato matematico o destino, essa è lì e io ci giro intorno come un asino bendato intorno alla macina”.