L’assoluta e libera Goliarda Sapienza

L’assoluta e libera Goliarda Sapienza

Libera, vera, testarda, appassionata, impavida, assoluta, iraconda, coraggiosa, sconfinata, fragile, tumultuosa Goliarda Sapienza.

 Il seme di quello che poi sarebbe diventata era il sunto di una famiglia a dir poco incredibile. Il padre era l'avvocato socialista Giuseppe Sapienza, “l’avvocato dei poveri” che difendeva antifascisti e indigenti senza alcun compenso, membro della Costituente. La mamma era Maria Giudice, sindacalista, anarchica, la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino, ha combattuto tutto la vita per i diritti dei lavoratori tanto da essere più volte incarcerata dal regime fascista, fondò l’Unione e fu direttrice del giornale in cui scriveva un giovanissimo Antonio Gramsci

Goliarda Sapienza è nata dalla libera unione di due persone inarrivabili che portarono in dono a questa unione altri 9 figli, tre persi per la lotta antifascista. 

Una famiglia impegnativa e caotica che Goliarda ha molto amato. 

Le piaceva dire che era stata allattata da un uomo, il fratello Ivanhoe, che la teneva in braccio mentre le dava il biberon con il latte in polvere arrivato dalla Svizzera.

Goliarda a 5 anni sapeva già leggere, scrivere e tirare a boxe. Il padre un giorno la portò sul terrazzo di casa e con lei bruciò la divisa di piccola italiana, mettendo fine alla sua carriera scolastica, dopo che fu espulsa per aver detto che i romani che avevano crocifisso Spartaco e i suoi compagni lungo la via Appia erano peggio dei fascisti. Non avrebbe mai permesso che sua figlia diventasse una “piccola italiana cretina”.

Ma in una casa in cui la cultura era essenziale come il pane, fu affidato ai fratelli il compito di educarla. Così, ancora bambina lesse tutto Dostoevskij, Tolstoj, I Miserabili e quelli che diventarono due pietre miliari nella sua formazione: La fossa di Kuprin e Sanin di Artsybashev. Ma su tutti amava Dostoevskij e Shakespeare.

Crebbe libera da ogni dogma in una famiglia atea, socialista, marxista e leninista in cui le fu insegnato sin da piccola l’imprescindibilità del cercare la propria strada. La madre affrontò con lei la questione religiosa in maniera molto pratica, la invitò a mettere in scena tutte le religioni e poi decidere per conto suo. Scelse l’ateismo e tale rimase per tutta la vita.

Il padre, temuto e ammirato da tutti, le faceva leggere ad alta voce le testimonianze contro i suoi assistiti e dal tono della sua voce si accorgeva se erano dichiarazioni vere o false.

Goliarda si sentiva un po’ Charlie Chaplin un po’ Toshiro Mifune ma su tutti Jean Gabin a cui dedicò un intero libro.

Ancora adolescente si trasferisce con la madre a Roma, dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica, allora diretta da Silvio D’Amico. Il suo talento la porterà lontano sino a Luchino Visconti, con cui lavorerà a più riprese. Si amarono come una donna poteva amare Visconti, scrisse Pellegrino e lui su una foto le scrisse “Cara Goliarda sei una delle poche persone che io stimo e per le quali sento vero affetto e simpatia”.

Non è mai stata rinchiusa in una gabbia, neanche quella del corpo. Per tratteggiare la figura di Modesta nel suo L’arte della gioia studiò tutte le figure femminili della letteratura e sulla prima versione scrisse a margine una frase di Empedocle “Perché ci fu un tempo che sono stato un giovane e una ragazza e un virgulto e un uccello e uno squamoso pesce del mare”.

Lei era così. Il tutto racchiuso in una sola persona.

Quella donna di cui tutti ricordavano il sorriso leggendario, “come una fetta di anguria” (diceva Guttuso) e la sua inenarrabile ira. Difendeva sempre gli ultimi, che amava sinceramente e i giovani artisti. Citava spesso la dedica Dei Pensieri sull’interpretazione della natura di Diderot, che la commuoveva sino alle lacrime “Ai giovani che si accingono allo studio della filosofia naturale…Ancora una parola e poi ti lascerò. Tiene sempre presente che la Natura non è Dio, che un uomo non è una macchina, che un’ipotesi non è un fatto”.

Aveva un rapporto frugale con il denaro, credendo fermamente che chi ti paga limita sempre la tua libertà. Ma lo rispettava, sapendo sin da bambina quanto costasse e come fosse “sangue anche marcio”. Donava a piene mani.

Era un fiume in piena di idee che donava a tutti, perché credeva nell’imperativo morale che chi ha talento ha il dovere di elargirlo e non tenerlo per sé.

Fu partigiana a Roma e solo l’intervento di Silvio D’Amico la salvò dalle SS. La nascose in un istituto di suore francesi, ma lei di notte scappava per unirsi alla Brigata Vespri del padre, quella che il 24 gennaio del 1944 fece scappare dal carcere di Regina Coeli Giuseppe Saragat e Sandro Pertini.

Era impavida e delle ristrettezze e della povertà sofferta durante il nazismo diceva che non furono nulla se paragonati alla “Bloomsbury staliniana che fu la società intellettuale romana”.

Fiera oltre ogni limite. Quando il critico di Civiltà cattolica, padre Gaetano Bisol stroncò Lettera aperta lei ne fu talmente orgogliosa da incorniciare e appendere quell’articolo. Una sorta di trofeo per un’atea come lei aver avuto tanta attenzione da un prelato.

Spiegò al mondo i suoi due tentativi di suicidio attraverso le parole dei suoi libri. Nel Filo di mezzogiorno fece dire all’analista “Ci sono suicidi veri e suicidi, come è stato il suo, che non sono altro che un’azione vitale, un gesto per uscire fuori da una morte lenta, da una situazione difficile. Cerchi di ricordare: lei non voleva morire, voleva solo cambiare”.

Quando conobbe suo marito lei aveva raggiunto i 50 anni, lui ne aveva 23 di meno, ma la differenza non la turbava, considerava l’età anagrafica una mistificazione del sistema. Ma lei era Goliarda Sapienza e transigere su una professione borghese e inquadrata come quella di Angelo Pellegrino sarebbe stato impensabile. Così lui, professore di latino e greco si finse per oltre un anno un comico. Solo così la conquistò.

Negli anni Cinquanta senza dir nulla a nessuno andò in Turchia. Una prima volta da sola, in gran segreto. Poi una seconda per aiutare la moglie e il figlio di Nazim Hikmet a scappare per raggiungere il poeta esule in Polonia.

Viveva intensamente e scriveva, quasi sempre della sua vita. 

Credeva così tanto nel suo L’arte della gioia che per nove anni non fece altro che scrivere, nove anni in cui per vivere ha dovuto vendere tutto, compresi oggetti e quadri che i suoi amici pittori le avevano regalato. Le giornate seguivano un ritmo sempre uguale, si svegliava alle 8, preparava il caffè, saliva sulla mansarda, ne beveva tre tazze accompagnate da un pacchetto di Muratti e poi scriveva. Seduta su una poltroncina e sul pavimento tutto intorno a lei sparsi in un ordine che solo lei poteva comprendere, gli appunti e gli scritti. Scriveva su fogli A4 che ripiegava in due e ogni giorno ne scriveva tre, a mano, con la sua bic nera. Al termine di ogni lavoro scriveva “Fatti, fatti per dio Pirandello!”. Il suo mantra.

La sera poi usciva e si intratteneva con l’umanità, lei che “non avendo Dio ho solo gli uomini”.

Ci fu poi il furto dei gioielli di un’amica ricca e annoiata. Un po’ per ripicca, un po’ per indigenza, un po’ per esperimento sociale, un po’ per protesta, un po’ per realizzare il suo desiderio di andare in carcere, lei che credeva fermamente nel vecchio adagio “il proprio Paese si conosce conoscendo gli ospedali, i manicomi e le carceri”. Dopo il mese e mezzo trascorso a Rebibbia parlò più volte di quella esperienza che le servì per “rinnovare il mio linguaggio, mi ero troppo imborghesita, infragilita, troppo lavoro intellettuale”. Nel carcere Goliarda disse di “essere rinata” anche se “se fossi riuscita a restare sei mesi mi sarei ripulita completamente”.

Da quell’esperienza nacque L'università di Rebibbia con la storia di lei e Roberta la terrorista tossicodipendente di cui rimase sempre amica. Mentre la società italiana gridava allo scandalo, Elsa Morante definì l’accaduto come un’esperienza dostoevskijana e la pubblicazione scientifica del ministero della Giustizia Rivista Penitenziaria Italiana pubblicò per la prima volta la recensione di un libro, il suo, che meglio di tanti studi spiegò la sindrome da affezione carceraria.

Era vera oltre ogni convenienza. E questo le costò un prezzo troppo alto. Viveva di dubbi in un mondo che professava certezze. E giocando con le parole scrisse Le certezze del dubbio.

Gli editori continuavano ad ignorare l’opera di questa scrittrice scomoda e solo l’incontro con il poeta ed editore siciliano Beppe Costa garantì al suo nuovo libro di vedere la luce. Ma lui credeva nel talento di Sapienza e sapeva che avrebbe dovuto volare ben più in alto e più lontano di quanto la sua piccola casa editrice potesse fare. Si batté per la ristampa delle sue opere, invano. Cercò di farle ottenere il vitalizio della Legge Bacchelli. Non ottenne nulla da una società che non era pronta ad accogliere tra le sue braccia una persona così aperta e proiettata nel futuro.

Visse com’era nata: libera. Da preconcetti, regole, leggi, opinioni che non fossero le sue. Ha sempre pagato il conto di tutta quella libertà. Quasi tutti i suoi scritti sono rimasti chiusi in una cassapanca sin dopo la sua morte. Solo la ferrea volontà di suo marito, Angelo Pellegrino, ha permesso a tutti noi di poter leggere e conoscere parte della sua opera. Due anni dopo la morte di Goliarda Sapienza, Pellegrino ha pubblicato a sue spese mille copie de L’arte della gioia. Ci fu prima il successo all’estero e solo in seguito in Italia dove sino a quel momento era considerato “troppo sperimentale e immorale”.

Una personalità incontenibile racchiusa in un corpo piccolo e fragile e in una mente immensa. 

Pochi giorni prima di morire finì di rileggere per la dodicesima volta I  fratelli Karamazov.

E proprio in quel libro c’è tutto quello che serve per spiegare la vita di Goliarda Sapienza “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con una certa promessa di libertà che essi, nella loro semplicità e innata sregolatezza, non possono nemmeno concepire, una libertà che temono e paventano, giacché non c’è mai stato nulla di più insopportabile, per l’uomo e per la società umana, della libertà!