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Isola delle femmine, libera per sempre

Isola delle femmine, libera per sempre

“Si usino pesci grassi come sardine e sgombri cui vanno aggiunti, in porzione di un terzo, interiora di pesci vari.

Bisogna avere a disposizione una vasca ben impeciata, della capacità di una trentina di litri. Sul fondo della stessa vasca fare un alto strato di erbe aromatiche disseccate e dal sapore forte come aneto, coriandolo, finocchio, sedano, menta, pepe, zafferano, origano. Su questo fondo disporre le interiora e i pesci piccoli interi, mentre quelli più grossi vanno tagliati a pezzetti. Sopra si stende uno strato di sale alto due dita. Ripetere gli strati fino all'orlo del recipiente. Lasciare riposare al sole per sette giorni. Per altri venti giorni mescolare sovente. Alla fine si ottiene un liquido piuttosto denso che è appunto il garumscriveva Quinto Gargilio Marziale nel III secolo.

E di quella lavorazione tanto amata al tempo dei romani ne rimangono poche tracce in un piccolo isolotto siciliano. Per l’esattezza sette vasche in cocciopesto, qualche traccia di uno stabilimento in cui si lavorava il pesce, poche anfore e qualche ceppo di ancora.

Quell’isola che guarda Palermo e Capaci, disabitata da centinaia di anni è una riserva naturale protetta, dove sbocciano indisturbati il ginestrino delle scogliere giallo come il sole, l’iris che porta l’arcobaleno, la speronella con quei piccoli fiori viola a grappolo, l’asfodelo con le sue spighe di fiori bianchi alti quasi un metro e la romulea fiore magenta dal cuore giallo. Nell’infinito azzurro di quel cielo volano indisturbati il falco pellegrino e il cormorano, l’airone e il martin pescatore che dopo tanto volare, dall’Africa raggiungono lei, l’Isola delle femmine, per riposarsi. 

Delle femmine, sì come le tredici donne turche che vi approdarono, come narra la leggenda, dopo esser state lasciate alla deriva su una nave dai loro mariti, per qualche colpa ritenuta allora grave. Non perirono, anzi, vissero su quest’isola che divenne la loro casa e che, in seguito al pentimento dei mariti, tornati dopo sette anni a salvarle, accolse anche le loro famiglie. La lasciarono a se stessa, alla sua vita selvaggia e indisturbata, ma a portata d’occhio, per vederla e ammirarla sempre, dall’altro lato della costa, fondarono il comune di Capaci, qui la pace.

Da allora l’isola delle Femmine vive di se stessa, pur non appartenendosi. Proprietà privata degli eredi di quel Rosolino Pilo, figlio del conte di Capaci e della principessa di Bologna e di Petrulla, patriota siciliano, promotore, nonostante il rango, della rivoluzione indipendentista siciliana contro il regime borbonico.

La poesia è stata portata via dal vento e oggi quell’isola è in vendita. Stanchi gli eredi di possedere una terra dalla quale non possono ricavarci nulla (è riserva naturale dal 1997), ma che può esser solo ammirata. Ma ogni tanto la poesia ritorna. Torna sotto sembianze di donna, ancora una volta. 

Valentina Greco, Claudia Gangheri, Stefania Galegati e Marcela Caldas, hanno deciso di comprarla e renderla pubblica e femmina.

Hanno lanciato un crowdfunding (qui), cercano 350mila donne che donino 10 euro per diventare comproprietarie di quest’isola per liberarla da un possesso e renderla definitivamente padrona di se stessa. 

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