Gelsi, bianchi rossi e neri tra verdi chiome

Gelsi, bianchi rossi e neri tra verdi chiome

La vecchia gazza aveva iniziato già a gennaio a costruire il suo nido. Aveva scelto l’albero più alto dalla chioma più fitta, il gelso, bianco.

L’ho osservata nelle giornate fredde d’inverno allontanarsi dal suo gruppo. Lei e il suo compagno presidiavano il territorio mentre lavoravano alacremente alla dimora con tetto dei loro figli. E il gelso aveva donato loro un verde rifugio, sicuro, un intrigo di rami e ramoscelli che precipitavano verso terra, leggeri come liane a cui appendersi. Ed ora son carichi di frutti. More di gelso bianco, poi more di gelso rosso accanto e poi il gelso nero. Che bontà questi frutti, quanti ne mangerei. Ne vuoi uno, piccola gazza o preferisci un lombrico?

Non mi rispondi, voli via con un colpo d’ali e un verso acuto. Io resto sotto quest’albero, il cielo appare lontano tra queste foglie buone per bachi da seta, nella prima luce del mattino. Perché il frutto della terra va colto presto, prima che il sole lo scaldi inevitabilmente. Non indosso guanti e le mie mani si sporcano un po’ mentre rapidamente riempio un cesto del dolce frutto. Ne coglierò anche per te perché tu ne possa fare marmellata o granita come in Sicilia.

Qualche gelso ha i segni di piccole beccate, altri troppi maturi sono sul terreno, qui dove non si usano reti per cogliere ma mani a staccare dall’albero. La gazza ladra osserva curiosa, stupita dalla mia inconsueta presenza, dall’alto di un pino, poi si avvicina ad un albero di fico per gustare un altro frutto squisito.

È ora di fare colazione, sulla tavola sotto il pergolato una pesca mi aspetta, ma declino il suo invito. Gelsi, bianchi rossi e neri, uno dopo l’altro, fino alla fine.