Banksy, la forza di esserci

Banksy, la forza di esserci

Perché visitare una mostra non autorizzata con un merchandising non autorizzato con una lunga serie di serigrafie, che non sono altro che copie

su copie su copie di un disegno originale?

Perché non parliamo di un Caravaggio, non dobbiamo cercare di capire il segreto di tutta quella luce. Non sono opere di Leonardo, non dobbiamo cercare spiegazioni e segreti in ogni pennellata.

Banksy ci racconta una storia. Il suo punto di vista sul mondo. In maniera semplice, chiara, diretta e beffarda. Di nascosto in lui c’è solo l’identità che protegge maniacalmente per mettere a fuoco solo il messaggio: la lotta.

Banksy contro il capitalismo, l’imperialismo, il consumismo, contro ogni guerra, a favore dei diritti dei migranti, della comunità lgbtqi, a favore di ogni libertà e sempre dalla parte degli ultimi perché “i più grandi crimini del mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole ma da persone che seguono le regole”.

Le sue immagini sono semplici, bersaglio e pallottola allo stesso tempo.

Non è nei musei, è nelle strade di tutto il mondo. Per l’eccitazione di guardare uno degli stencil disegnati di suo pugno non serve percorrere sale e gallerie, ma bisogna aprire la porta e immergersi nella vita vera tra le strade, i ponti, sui muri. Spesso sporchi, fatiscenti e maleodoranti.

E allora perché andare ad una mostra di Banksy (come quella organizzata dal castello di Otranto visitabile sino al 19 settembre)? Per il racconto che lui ci vuole narrare.

Girl with balloon appare per la prima volta su un ponte nella zona di Southbank a Londra, all’immagine aggiunge poche parole “c’è sempre una speranza”. La stessa che lui ha donato ai migranti quando nel 2019 scrisse all’attivista Pia Klemp offrendole i soldi per comprare una nave da destinare al loro soccorso, la Louise Michel, bianca e rosa con la riconoscibilissima bambina che cerca di afferrare un palloncino a forma di cuore. Il racconto, in questo caso parla di speranza.

Love is in the air appare per la prima volta sul muro di un garage a Gerusalemme e non sul muro di separazione tra Israele e Cisgiordania. Un ragazzo lancia un mazzo di fiori con lo stesso impeto con cui lancerebbe una molotov.

L’artista torna a Gerusalemme, questa volta sceglie il muro della vergogna e per nove volte si opporrà a quella barriera, a quei 70 km di muro e 670 di ferro spinato, quasi sempre disegnando bambini. Ci racconta di una innocenza che dobbiamo recupero prima che sia troppo tardi.

Lo street artist inglese non ha volto, non ha voce, ma le sue parole riecheggiano nelle sue opere e nella forza del loro messaggio. Non ha paura di parlare pur restando in silenzio e di quel muro scrive che “essenzialmente trasforma la Palestina nella prigione all’aperto più grande del mondo”.

Sbeffeggia la regina Vittoria e le sue esternazioni omofobe, prende alla berlina la regina Elisabetta II, detentrice di un immenso potere ricevuto in dono.

E se qualcuno considera le sue opere degradanti, lui non fa una piega. Quando la municipalizzata londinese Transport for London si accorge -  cinque anni dopo la sua realizzazione - di Pulp Fiction, l’opera con Vincent Vega e Jules Winnfield i due personaggi del film di Tarantino che impugnano due banane, coprendola con uno strato di vernice nera, Banksy lo ridisegna, aumentando il livello di presunta indecenza, vestendo John Travolta e Samuele L. Jackson con due abiti a forma di banana.

E’ irriverente verso il sistema. Accentrando tutta l’attenzione sulle cause sociali che sostiene. “Mi piace pensare di avere il fegato di far sentire la mia voce in forma anonima in una democrazia occidentale ed esigere cose in cui nessun altro crede come la pace, la giustizia e la libertà…”.

Non è un eroe, sfrutta i meccanismi della società moderna come pochi altri, ma si ricorda sempre di restituire in parte ciò che la vita gli ha dato.