Il colore senza fine di Franco Fontana

Il colore senza fine di Franco Fontana

Nei primi anni ’70, 4 amici arrivano in Puglia, sul Gargano. Il caldo asfissiante, il mare prepotente e il cielo che ti sovrasta.

Uno di loro però è Franco Fontana che salito sulla terrazza del suo hotel immortala un attimo che lo ha reso eterno facendo il giro del mondo. Vede una spiaggia deserta, l’ombra della scogliera che si riflette sulla sabbia bianca, la prima striscia di mare di un intenso verde smeraldo e poi mare e cielo a perdita d’occhio, in un azzurro profondo come è profondo il mare.

Con quello scatto, la Baia delle Zagare, diventa il grande fotografo Franco Fontana, lui che alla fotografia professionale ha iniziato a dedicarsi anima e corpo solo a 40 anni. In una sua precedente vita si occupava di arredamento e fotografava per diletto, ma quando la noia prende il sopravvento lascia ai due soci la società, salutando una vita agiata e già tracciata e si reinventa, diventando il fotografo delle geometrie e del colore.

Quel colore sempre vivo e vibrante nelle sue foto è il suo compagno più fedele, richiama spesso nelle sue interviste una frase di Paul Klee “Il colore è dove cuore e pensiero incontrano l’universo”. E da quell’incontro è nata la Baia delle Zagare che con Comacchio è la sua foto preferita, quella che salverebbe dal fantomatico incendio che incombe sulle nostre esistenze. Anche in Comacchio, scattata nel 1978 il colore è tutto, c’è il cielo che si confonde con il mare ed è tutto lì in quella circolarità che ha un inizio e una fine che non sono tracciati pur essendoci.

“C’è un istinto che precede l’intuizione. L’attimo che illumina e concepisce quello che vede è come un colpo di fulmine. La fotografia non illustra non imita ma interpreta diventando la ricerca di una verità ideale” disse una volta in una intervista.

Il fotografo modenese posa lo sguardo dove gli altri passerebbero oltre distratti, la sua inquadratura è sempre un po’ più a lato del fuoco di chiunque altro.

Posa gli occhi per terra, sul manto stradale e scatta Torino, 2004, l’asfalto rovente, le strisce pedonali rosse e bianche che si alternano, uno squarcio di catrame al centro e un filo che vola in basso verso destra.

“Quelli che non immaginano amputano la parte creativa del pensiero. Perché è più facile pensare razionalmente che immaginare, creare. Ma è solo immaginando che si può fare il giro del mondo in un giorno e non in ottanta”

Fontana lavora per sottrazione, elimina tutto quello che è superfluo lasciando due, tre elementi al massimo. “Bisogna creare il vuoto dentro di noi, quel vuoto che è stato spesso demonizzato e che invece è lo spazio della crescita, bisogna liberarsi dai pesi morti che ci portiamo dentro”.

E lui elimina, elimina e poi resta un campo di fiori gialli, il profilo appena accennato di una collina, il cielo azzurro e due piccole nuvole bianche, una sull’altra. Puglia, 1978.