Le macchie di colore di Mark Rothko

Le macchie di colore di Mark Rothko

Le forme si sfumano sino a diventare macchie di colore, indistinte e caotiche, pian piano acquistano chiarezza.

Disponendosi in una perfetta successione geometrica rivelano l’essenzialità del messaggio dell’autore che è sempre strettamente connesso alle emozioni primordiali che vive, in un processo che mira alla “eliminazione di tutti gli ostacoli tra il pittore e l’idea e tra l’idea e l’osservatore”.

Lui è Mark Rothko e le sue enormi tele sono macchie di colore che urlano la tragedia della condizione umana.

Non spiegava mai i suoi quadri, voleva che fossero esperienze emozionali e in quanto tali dovevano collegarsi a quello che sentiamo prima delle sovrastrutture che ci hanno insegnato cosa dire, pensare e credere. Lui che con i suoi amici artisti discuteva di Freud e Jung, che studiò a lungo le teorie sui sogni e sull’inconscio collettivo voleva scuotere l’animo di chi guardava le sue opere e fargli nuovamente sentire.

“Sono interessato a esprimere solo emozioni umane fondamentali, la tragedia, l’estasi, l’estinzione e via di seguito e il fatto che molte persone collassino e piangano quando si trovano di fronte ai miei dipinti è una prova che comunico queste emozioni umane fondamentali. In quel momento loro vivono la stessa esperienza religiosa che ho vissuto io quando li ho dipinti” rispose a chi gli riportava scene di pianti e commozione davanti alle sue opere.

Lavorava sulla sovrapposizione dei colori, chiedendo agli occhi il tempo necessario per percepirle tutte. Come nella celeberrima Rothko Chapel, commissionata all’artista da John e Dominique de Menil. Un edificio ottagonale senza finestre, illuminato da un lucernario centrale. Una cappella aconfessionale arredata esclusivamente con otto panchine e le opere di Rothko, tre trittici e cinque tele singole. Solo ammirandole dandosi tempo, si scopre, grazie al mutare della luce, che le tele da nere diventano viola e virano ancora su sfumature e tonalità inizialmente invisibili.

Io penso che il colore, aiutato dalla luce, entri in relazione con l’anima e comporti conseguenze emotive inattese” spiegò lui stesso.

A chi lo definiva astratto rispondeva con veemenza che le sue opere erano assolutamente realistiche e che l’essersi “allontanato da una rappresentazione naturalistica della realtà è un tentativo di conferire una maggiore intensità all’espressione del soggetto”.

Durante un discorso al Pratt Institute nel novembre 1958 fornì la ricetta dei suoi quadri, che erano tutti composti da: la preoccupazione per la morte, la sensualità, la tensione, l’ironia, il gioco, l’effimero e “il 10% di speranza per rendere il tragico un concetto più sopportabile”.

Non tutti l’hanno capito e amato sinché era in vita. Al critico del New York Times Edward Allen, che si definì turbato dalle opere di Rothko e Gottlieb, i due amici risposero stilando un Manifesto che in cinque punti offriva una nuova visione dell’arte intesa come uno strumento per raggiungere mondi sconosciuti lasciati alla fantasia e non al pensiero comune. Compito degli artisti è mostrare agli uomini la loro visione del mondo. Il tutto utilizzando grandi tele e forme bidimensionali che distruggono l’illusione offrendo solo la verità. Il soggetto infine, ha un valore solo se è tragico e senza tempo.

Rothko ha riversato tutta la sua angoscia e il suo mal di vivere nei suoi quadri, sino a quando il peso gli è stato sopportabile. Di lui restano non solo le opere, ma soprattutto il pensiero: “Tutta la singola figura non è in grado con un movimento delle membra di suggerire la propria angoscia per la consapevolezza della morte e l’insaziabile sete di vita che ad essa si contrappone e neppure è possibile vincere la solitudine. Molteplici solitudini si uniscono casualmente in spiaggia, in strada o nel parco solo per formare un tableau vivant dell’umana incomunicabilità. Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine, di dilatare il petto e tornare a respirare”.