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Notte. Ferrand è nella sua camera d’albergo circondato da carte e libri.
Alphonse vuole lasciare il film, tormentato da una crisi amorosa e sentimentale e Ferrand gli dice “I film sono più armoniosi della vita, Alphonse. Non ci sono ingorghi nei film, non ci sono tempi morti. I film avanzano come treni, capisci? Come treni nella notte”.
Lo scambio di battute tra François Truffaut e Jean-Pierre Léaud in Effetto notte svela ciò che per Truffaut era il cinema.
L’amico dai tempi dei Cahiers du cinema Jean-Luc Godard stronca il film compromettendo per sempre l’amicizia tra i due, in una lettera del 1973 “Ho visto ieri Effetto notte. Probabilmente nessuno ti dirà che sei un bugiardo, così lo faccio io. Non è affatto un insulto fascista, è una critica”.
Truffaut gli risponde con una lettera di venti pagine “Me ne strasbatto di quel che pensi di Effetto Notte, quel che trovo penoso da parte tua è il fatto di andare, ancora oggi, a vedere un film come quello, film di cui conosci in anticipo il contenuto che non corrisponde né alla tua idea del cinema né alla tua idea di vita…Tu hai cambiato la tua vita e la tua testa, eppure continui a perdere un sacco di ore al cinema per stancarti gli occhi…Perché? Per trovare di che alimentare il tuo disprezzo per noi tutti, per rafforzarti nelle tue nuove certezze?...Tocca a me adesso darti del bugiardo…Tu l’hai sempre avuta l’arte di farti passare per vittima, come Cayatte, come Boisset, come Michel Drach, vittima di Pompidou, di Marcellin, della censura, dei distributori con le forbici, mentre invece sai sempre cavartela assai bene per fare quel che vuoi, quando vuoi, come vuoi e soprattutto conservare l’immagine pura e dura che vuoi mantenere, sia pure ai danni di persone indifese”.
I due fratelli d’elezione si scoprono diversi, si ritrovano divisi, imboccano strade che non si incontreranno mai più. Tutto in un attimo viene spazzato via. Solo dieci anni prima Truffaut sui Cahiers du Cinéma diceva dell’amico “Jean-Luc è il più libero di tutti noi. È l'unico che può girare un film su qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, e renderlo cinema”, ma quella lettera cambia tutto. A Le Monde negli anni Settanta in una intervista dirà “Jean-Luc è un dandy che gioca a fare il militante. Parla delle masse operaie ma non ha mai messo piede in una fabbrica se non per girare un carrello”.
L’incantesimo si era rotto per sempre, se per un po’ la visione dell’abbagliante talento dell’amico aveva oscurato le ombre del suo carattere, da quel punto in poi tutto cambiò. Godard, giano bifronte, da un lato era rigoroso e severo, dall’altro arrogante, spudorato e radicale.
Onesto o intransigente, a seconda della sensibilità di chi ne legge i tratti a distanza di anni, Godard non aveva la capacità di stare al mondo, di guardare gli altri negli occhi. Si è trincerato dietro le scure lenti degli occhiali da sole che indossava sempre, un po’ per posa un po’ perché non voleva essere guardato. Di tutta la questione con Truffaut anni dopo disse “Truffaut è un poeta della linea retta. Io sono un poeta della linea curva”, una bella frase ad effetto per giustificare un tradimento.
Che avesse tradito l’amico di sempre era ininfluente, anni dopo di Truffaut disse “François è forse l'unico che amava davvero il cinema. Noi amavamo quello che il cinema ci permetteva di essere. Lui amava il cinema stesso, come una persona viva”.
Coltelli e rose, in questa rapida sequenza.
Truffaut non tornò mai sui suoi passi. A Godard scrisse “Hai bisogno di recitare un ruolo e che tale ruolo sia prestigioso. Ho sempre avuto l'impressione che i veri militanti siano come le donne delle pulizie: lavoro ingrato, quotidiano, necessario. Tu sei il lato Ursula Andress, quattro minuti di apparizione, il tempo di farsi scattare i flash, due o tre frasi molto a effetto e poi sparizione, ritorno al mistero supponente. Al contrario di te, ci sono i piccoli uomini, da Bazin a Edmond Marie, passando per Sartre, Bunuel, Queneau, Mendès-France, Rohmer, Audiberti, che chiedono agli altri loro notizie, li aiutano a compilare un modulo della previdenza sociale, rispondono alle lettere. Hanno in comune l'attitudine a sacrificarsi facilmente e soprattutto a interessarsi di più a ciò che fanno piuttosto che a ciò che sono e a ciò che appaiono”.
Godard sorvola, come se nulla fosse successo.
Nell’introduzione a François Truffaut- Correspondence 1945-1984 scrive “Quel che ci univa intimamente, come un bacio (…), quello che ci stringeva con molta più intimità del falso bacio di Notorious, era lo schermo, e nient'altro che lo schermo. Era il muro che dovevamo scavalcare per evadere dalle nostre vite e non c'era altro che quel muro e avevamo investito così tanto della nostra innocenza nell'idea che quel muro fosse destinato a frantumarsi sotto il peso della fama e delle decorazioni che ne sarebbero seguite. Eravamo divorati da Saturno. E se ci siamo allontanati, a poco a poco, era per paura di essere il primo a essere mangiato vivo. Il cinema ci aveva insegnato a vivere. Ma la vita, come Glenn Ford ne Il grande caldo, si era presa la sua rivincita”.
Malinconico, introverso, l’ultimo dei romantici Truffaut cercò nel cinema il padre mai avuto, scelse Jean Cocteau e con lui la purezza del pensiero, il respiro su qualcosa di più grande, qualcosa in cui credere e a cui volgere lo sguardo “La poesia è un'etica, non un'estetica. Non si tratta di scrivere versi, ma di vivere in modo tale che la vita stessa diventi una forma di miracolo quotidiano. Il poeta è colui che vede ciò che gli altri guardano soltanto. Egli deve estrarre il sacro dal profano e mostrare che sotto l'apparenza banale di una sedia o di un bicchiere d'acqua si nasconde un abisso di mistero” diceva Cocteau e a quel modo poetico di guardare il mondo, Truffaut ha sempre creduto.
Lo strumento per renderlo tale fu il cinema “Il cinema è un sogno che tutti sognano insieme. È una forma di scrittura moderna il cui inchiostro è la luce. Esso permette di rendere visibile l'invisibile, di dare corpo ai fantasmi del nostro spirito e di fermare il tempo nel momento stesso in cui scorre. È l'unica arte che permette di assistere alla propria morte o alla propria nascita senza smettere di respirare”, Cocteau ha sempre segnato il passo, dietro di lui tutto diventava un sentiero.
Quando Cocteau nel 1960 non riusciva a trovare i fondi per terminare le riprese de Il testamento di Orfeo, Truffaut lo finanziò, Cocteau commosso lo citò nei titoli di coda tra i produttori amici. Truffaut sui Cahiers du cinema in un numero speciale dedicato al maestro di una vita intera scrisse "Era il minimo che potessi fare. Senza Cocteau, noi della Nouvelle Vague saremmo rimasti dei critici senza bussola".
Si sono ammirati, osservati, ascoltati, guardati come l’alba di un nuovo giorno, dove tutto deve ancora venire, tutto è chiaro e puro.
Le parole che si dedicarono a vicenda parlano di una affinità elettiva, quasi un amore per quello che erano in un mondo così diverso da loro “Cocteau non parla, lui incanta. Stare con lui significa accettare di entrare in un sogno dove tutto è possibile, dove il cinema non è un mestiere, ma un sortilegio” disse l’allievo con il cuore gonfio delle parole luminose del maestro “François è un ragazzo che vive nel futuro, ma ha il cuore pieno dei segreti del passato. È un poeta che usa la macchina da presa come se fosse una penna stilografica”.
Fu così per tutta la vita.
Quando Cocteau morì, Truffaut perse un padre, un mentore, il poeta della sua anima. In una lettera a un amico, parlando del suo mentore scrisse “Ci sono incontri che somigliano a innamoramenti, dove non cerchi un corpo, ma una conferma del tuo spirito. Jean è stato per me l'incontro che ha dato un senso a tutto il mio disordine”.

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