Dalla, com'è profondo il mare

Dalla, com'è profondo il mare

“C’è un meraviglioso cielo stellato che puoi vedere uguale solo nel Sahara che favorisce il mio modo visionario di raccontare il mondo e poi aiuta a sognare”.

Dopo essere stato a  Zurigo al museo Kunsthaus, e aver visto “La predicazione ai pesci di Sant’Antonio” di Arnold Böcklin, Lucio Dalla ha una visione. Parte per le isole Tremiti e inizia a scrivere.

Ha solo l’azzurro davanti a sé, i riflessi argentei gli fanno strizzare gli occhi, l’odore della salsedine e dei pesci che nuotano indisturbati, gli sale su per il naso. Inizia a scrivere e le prime parole sono “Siamo noi, siamo in tanti”.

Ed è già tutto lì in quel noi, in tanti. Non c’è un vetro a dividere, un palco che sfalsa gli sguardi, uno schermo che mette distanza. Tutto è connesso e fluisce da una persona all’altra e lui non si sottrae, anzi, si mette in cerchio ed è uno di noi, e siamo in tanti. Anni dopo averla scritta disse “E’ una consolazione in un mondo come il nostro così frammentario avere qualcosa di sé dentro gli altri, dopo che gli altri hanno dato tanto a te per anni”, dando una spiegazione verbale a quella sensazione strana che si prova ascoltando le sue canzoni, provarle come se le avessimo vissute. 

Era il 1977 e sino ad allora Dalla aveva affidato le parole delle sue canzoni al poeta Roberto Roversi. Poi la svolta. 

“Fino ad allora non avevo scritto testi, e capivo, quando lavoravo con Roversi, che avrei potuto scrivere anch’io, ma era talmente forte, pregnante ed esaustiva l’esperienza con lui che cominciai a scrivere solo quando lui decise di non fare più i testi per me, non perché litigammo, ma per una serie di suoi impegni. Solo allora mi sentii pronto a scrivere. E lì fu la grande liberazione: cominciai a connettere i testi con quello che leggevo, e dovendo scrivere i testi ritrovai una serie di radici che non erano necessariamente poetiche, ma traevano linfa dallo scrutare la società che mi circondava. Questo determinò in qualche modo l’epicentro della mia creatività, che identificavo con il pubblico” disse in una intervista a proposito di quel disco che segnò quello che lui stesso definì “il mio momento di grazia”.

Quello stato di grazia che racchiudeva il suo passato e tutta la poesia dei suoi ricordi. Quando trascorreva con la mamma Iole le estati a Manfredonia, e ricordava il rumore degli zoccoli di legno delle donne nelle calde giornate del Sud. Ricordava se stesso bambino, di sera a cercare il fresco, steso sul pavimento della sua cameretta, nudo, mentre ascoltava le voci degli attori che risuonavano dal vicino cinema all’aperto sino a lui. La voce di Marcello Mastroianni e poi Rita Hayworth cantare Amado Mio.

Uno stato di grazia che ha sempre avuto in sé, lui che portava gli amici più fidati in un luogo segreto tra i meandri del Gargano  “ad ascoltare il buio e a vedere il silenzio”.

Era quello lo scherzo di terra che avrebbe coltivato il suo grande cuore.

“Io ho questa visione della parola, è un gioco di specchi, la vedo, la scrivo e la rivedo”.

E guardava le sue parole danzare come pennellate di colore in un quadro incompiuto. Al centro il mare “che per me è la coscienza, racchiude tutte le metafore della nostra vita”.

Quella presa di coscienza che lo porterà a scrivere “È inutile, non c'è più lavoro, non c'è più decoro, Dio o chi per lui, sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare”. Un grido di allarme caduto nel vuoto. 

Continuò a scrivere.  

Sempre per quei doni d’amore stretti a un petto che sapeva di mare.

Erano gli anni Settanta, il potere manifestava il suo lato oscuro. Con quella cadenza inesorabile mise all’indice l’uomo che “innalzò per un attimo il povero a un ruolo difficile da mantenere poi lo lasciò cadere, a piangere e a urlare solo in mezzo al mare”.

Le parole continuavano a danzare davanti ai suoi occhi, ricorda Sant’Antonio, i suoi piedi nudi nella terra 

“Ma la terra gli fu portata via compresa quella rimasta addosso, fu scaraventato in un palazzo, in un fosso non ricordo bene, poi una storia di catene, bastonate e chirurgia sperimentale”.

Dalla raccoglie accanto a sé il bassista Paolo Donnarumma, il batterista Flaviano Cuffari e il chitarrista Claudio Bazzari. Incidono tutto il disco negli studi della Rca a Roma, tranne Com’è profondo il mare. Per registrarla il produttore Alessandro Colombini porta tutti in un castello nelle campagne della Brianza. Parte quel dondolio che è proprio come le onde del mare, quel fischio semplice di un pescatore di una piccola isola pugliese e Dalla canta “Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte…”.

Com’è profondo il mare.