Elogio della bruttezza

Elogio della bruttezza

Ma poi cos’è la bruttezza? La semplice ombra della bellezza o una disarmonia di forme e ritmo come se la bellezza in sé fosse musica?

 Se così fosse, la nota stonata definirebbe il brutto. 

Ma è davvero così? Il diabolus, il brutto nella musica, definito come un intervallo di quarta aumentata è stato disprezzato, osteggiato, affiancato alla figura del diavolo e di ogni terribile credenza, ma quell’intervallo è stato utilizzato da Bach, Mozart, Puccini e Litz, tra i tanti, per quella sua innata capacità di creare tensione, di svegliare i nervi dell’ascoltatore, perdendo così tutta la bruttezza con la quale è stato descritto.

Dall’Estetica del brutto di Karl Rosenkrantz alla Storia della bruttezza di Umberto Eco, fiumi di inchiostro si sono sprecati per arrivare alla conclusione che non esiste un brutto assoluto. Ma solo relativo nel tempo e nello spazio e che alla fine il brutto, proprio come il diabolus, è proprio l’elemento necessario per definire il bello. 

Le mancava un difetto per essere perfetta, scriveva Kraus.

Nessuna bruttezza è contemplata in natura per Marco Aurelio, “qualunque cosa, anche se accidentale conseguenza di altri eventi; ebbene anche questa cosa si compie secondo un ritmo di grazia a lei proprio”.

La bruttezza è umana, quindi. Anche un occhio libero e puro troverebbe oggi difficile scorgere bellezza nella Donna Grottesca di Quentin Metsys nonostante l’infinito successo della sua opera e ci appare grottesco il Gargantua e Pantagruele di Rabelais che tanto ha contribuito a togliere polvere e scalciare via i piedistalli su cui poggiava l’aristocrazia.

In direzione opposta ha lavorato il tempo, esaltando ciò che in origine fu considerato brutto. 

Johann Adolph Scheibe scrisse che “le composizioni di Bach sono totalmente prive di bellezza, di armonia e, soprattutto, di chiarezza”, per Louis Spohr la Quinta sinfonia di Beethoven era “un’orgia di frastuono e di volgarità”. Walt Withman che con le sue Foglie d’erba ha incantato generazioni di lettori fu stroncato nel 1855 da The London Critic “…ha lo stesso rapporto con l’arte che un maiale con la matematica”. Anche l’immenso Renoir non sempre è stato accostato alla bellezza, “quel ragazzo non ha il minimo talento” disse Manet a Monet parlando di lui.

Una diversa concezione del bello mutata solo con il trascorrere del tempo. 

“Il bello non ha che un tipo, il brutto ne ha mille…gli è che il bello, dal punto di vista umano, altro non è che la forma considerata nel suo rapporto più elementare, nella sua simmetria più assoluta, nella sua più intima armonia con il nostro organismo…quel che al contrario chiamiamo brutto, è il particolare di un grande tutto che ci sfugge, e che si armonizza non gia con l’uomo ma con la creazione intera. Ecco per quale motivo ci presenta senza tregua aspetti nuovi, ma incompleti” scrisse Victor Hugo nella prefazione di Cromwell. Sdoganando così la bruttezza.

Nietzsche abituato a sondare la mente umana ha cercato la definizione del brutto dentro di noi, così come “nel bello l’uomo pone se stesso come norma della perfezione”, il brutto altro non è che “il tramonto del suo tipo”, facendolo così coincidere con la vecchiaia, la malattia, la perdita di forza, di vigore, di freschezza.

Ad ognuno la sua versione e alle streghe del Macbeth il grido finale “il bello è brutto e il brutto è bello”.