Ettore Sottsass, l’origine delle cose

Ettore Sottsass, l’origine delle cose

Il design è una vertigine farmacopea per scatenati paranoici disse l’uomo che ha vinto quattro compassi d’oro. Tra le altre cose.

Ettore Sottsass potrebbe essere definito un sovversivo del pensiero, in un contesto distorto come quello in cui viviamo. Oppure semplicemente come un uomo che vedeva chiaramente le storture della società e che ha sempre cercato di tornare all’origine delle cose. Un’origine impastata di verità e semplicità. Era un architetto, tra le altre cose, è ha sempre cercato di mettere al centro l’essere umano. Al centro delle cose, dei pensieri, della cultura.  “Anche se andavo disperatamente a cercare nelle immagini, nelle forme, nelle pitture, nei colori, nei modi di tutti i tempi e di tutti i luoghi, soluzioni del mio mestiere che avessero a che fare con la gente, mi restava in mano ben poco e ben misere soluzioni dato che ero in un posto dove si doveva sempre pensare allo Stato e non alla gente, dato che alla gente dicevano che ci avrebbe pensato lo Stato”.

Nasce nel 1917, sfugge così alla prima guerra mondiale, ma non alla seconda, durante la quale viene arruolato e imprigionato per sei anni. Vive sulla sua pelle le storture di un mondo che non amava gli uomini e le donne, ma si affannava a classificare, inscatolare, irregimentare. 

Il condizionamento delle masse usato dai regimi ma anche più banalmente dal marketing e dalla fabbrica del consumo di massa è sempre stato al centro del suo pensiero. “Hanno pensato di insegnare alla gente le cose che avrebbero avuto voglia di avere e cosi piano piano la gente si è abituata a non pensare più a quello che aveva voglia di avere, ma semplicemente a leggere e ascoltare quello che le insegnavano che avrebbe avuto voglia di avere”. Cercare di sfuggire a questa logica silenziosa e strisciante che infestava il mondo. Di lui il grande Hans Hollein disse “Sottsass è un mago. Senza Sottsass la nostra vita è incolore”.

Nasce da un padre architetto e ne segue le orme, nel 1948 a 31 anni entra nel Mac (movimento di arte concreta) e prende parte alla prima collettiva milanese. Collabora per trent’anni con Olivetti, vincendo tre compassi d’oro per le sue macchine calcolatrici e per i suoi computer. Il quarto lo vincerà realizzando delle posate. Sposa Fernanda Pivano e con lei si aprono le porte dell’arte e della letteratura. Con lei e con Allen Ginsberg fonda la rivista d’arte pacifista Pianeta fresco, 19 anni dopo ne fonda un’altra Terrazzo, che parla di architettura. Nel 1972 viene chiamato ad esporre al Moma di New York con la sua Italy: the new domestic landscape.

Con l’amata moglie viaggiano spesso e ovunque. “Andiamo girando con la Nanda a cercare parole, immagini, memorie che ci lasciano sulle mani le tracce della pietà, le tracce dell’amore, del rispetto, della cura, della difesa della persona: difesa dalla solitudine, dalla paura, dalla disfatta, dal disfacimento, difesa dagli spazi vuoti e difesa dai corridoi angusti, difesa dalla moltiplicazione e difesa dalla monotonia, difesa di silenzi o difesa dalle urla e pietà per le memorie, pietà per quelli che sudano e pietà per quelli che gelano, pietà se c’è troppo buio e pietà se c’è troppa luce, pietà per la concentrazione perduta e per la fissazione. Pietà per la vita”.

Aveva uno sguardo solo apparentemente annoiato, pago di sé stesso e invece era l’opposto. Cercava un senso reale a cose, luoghi e persone.

Amava le tradizioni perché erano frutto di una esperienza maturata tra le persone nel corso degli anni, qualcosa che si era modellato secondo le regole della natura. Nulla di imposto e deciso a tavolino. 

“Le tradizioni erano esperienze e non erano leggi o se si vuole erano nostalgia; un modo di immaginare le tradizioni che le mette al loro posto, le fa diventare il legante possibile, l’unico possibile della continuità della storia…le tradizioni, cioè la situazione culturale dalla quale si parte per fare qualunque cosa, ci sono e non ci distruggono, in questo senso sono come la pancia della madre dove la gente nasce, ma, quello che cambia la faccia delle cose è il modo di prenderle, le tradizioni”.

E solo le tradizioni erano legate all’unico concetto di cultura che concepiva. Anche in questo caso, nulla di imposto dall’altro, nulla che rispondesse a logiche di interesse di potere.

La cultura è “l’intelligenza e la volontà e lo slancio e la pressione, la tendenza di una società o di una generazione di professionisti delle idee e delle immagini verso il futuro”. Ma non basta. Credeva non ci fosse altra via d’uscita che “sottrarsi, mettersi da parte, togliersi di mezzo: come si dice oggi, costruire una cultura dentro alla cultura, una cultura diversa nella cultura, una cultura autosufficiente, una cultura “popolare” che non chieda niente al centro, che se lo dimentichi, lo lasci  esaurire nella sua retorica, che stia in piedi da sé, si ritrovi da sé”. 

Quella cultura popolare che non deve essere ridicolizzata dal potere, una “cultura che non fosse semplicemente folklore ma una idea completa, uno standard continuo, un tentativo pubblico, un destino pubblico, una invenzione pubblica diffusa nella gente com’è diffusa l’invenzione della lingua, con un gesto creativo permanente, con scelte e decisioni comuni su parole e frasi che tutti avrebbero usato e che sarebbero state usate da tutti”.