Visioni d'insieme

Refugee Team, spirito olimpico

Refugee Team, spirito olimpico

Fuggono da una terra non più capace di accoglierli. Dall’orrore della guerra e dalle persecuzioni e celebrano la vita attraverso lo sport.

 Nuoterà i 100 farfalla la siriana Yusra Mardini, pedalerà sino allo stremo l’afgana Masomah Ali Zada, solleverà pesi il camerunese Cyrille Fagat Tchatchet II, correrà gli 800 metri il sudanese James Nyang Chiengjiek, salirà sul tatami l’iraniana Dina Pouryounes Langeroudi.

Ventinove atleti provenienti da 11 nazioni diverse che competeranno in 12 discipline olimpiche diverse nel Refugee Team.

Sono nati in luoghi in cui oggi è quasi impossibile sopravvivere.  Per vivere bisogna fuggire, il più lontano possibile. Vengono da Siria, Afghanistan, Iraq, Sudan, Sudan del Sud, Camerun, Iran, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea e Venezuela e il 23 luglio saranno a Tokyo nel vuoto dell’avveniristico Japan National Stadium. Sfileranno subito dopo la Grecia, sotto la bandiera dei giochi olimpici. Quei cinque cerchi scarabocchiati per la prima volta da De Coubertin su una lettera nel 1913. Li aveva immaginati come una sequenza orizzontale di cerchi intrecciati tra loro a rappresentare i cinque continenti. Ognuno pari all’altro. Solo in seguito furono posti su due righe, tre sopra e due sotto. 

Diciannove uomini e dieci donne, che porteranno un messaggio di speranza e solidarietà a tutti i loro connazionali in fuga, a quelli rimasti nelle loro terre martoriate dalla guerra e dalla povertà. 

Una squadra giovanissima, istituita nel 2015 dal presidente del Cio Thomas Bach. Erano appena dieci e l’anno seguente avrebbero disputato le Olimpiadi a Rio de Janeiro, in rappresentanza dei loro Paesi di origine. Il Refugee Team ufficialmente è nato solo nel 2018 e questa è la loro Olimpiade. 

Gareggeranno in stadi vuoti, senza spettatori, tra le defezioni di chi teme il covid, simbolo ancora una volta di speranza, del voler combattere un destino avverso. Lo faranno per tutti quelli che li guarderanno da casa, sentiranno di loro alla radio o leggeranno le loro imprese sui giornali. L’indomito spirito di questi 29 atleti non si farà attendere e no, non importa se vinceranno una medaglia. Li immagino tutti con la medaglia più importante di tutte al collo, la De Coubertin.

“Potete fondere tutte le medaglie e le coppe che possiedo e non sarebbe che una placcatura sull'amicizia a ventiquattro carati che ho provato per Lutz Long in quel momento” disse Jesse Owens, il trionfatore delle Olimpiadi di Berlino, entrato nella storia con quel pugno nero sollevato al cielo, di Lutz Long atleta tedesco che davanti ad un Adolph Hitler incredulo quanto indispettito, mostrò amicizia e vicinanza al collega afroamericano. Long salì sul secondo gradino, Owens sul più alto. Ma nessuna distanza ha ostacolato la loro amicizia. A Long fu assegnata postuma la medaglia De Coubertin, la “medaglia del vero merito sportivo” attribuita solo 17 volte nella storia delle Olimpiadi. Il primo a riceverla fu un italiano, Eugenio Monti, ma questa è un’altra storia. 

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