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Se una specie ubriaca di narcisismo dovesse allontanarsi dal suo specchio immaginario e riuscisse a guardare tutto da lontano,
lontanissimo cosa succederebbe?
Probabilmente si innamorerebbe di quel tutto spogliato delle piccolezze umane e lo amerebbe come nient’altro.
Il mondo visto dalla sua orbita nel libro scritto da Samantha Harvey, vincitrice proprio con Orbital del Booker Prize 2024 all’unanimità, tradotto Gioia Guerzoni e pubblicato da Nne editore.
“Ruotano intorno alla Terra nella stazione spaziale, così uniti e così soli che ogni tanto persino pensieri e mitologie si fondono. A volte sognano gli stessi sogni - frattali e sfere azzurre e volti familiari inghiottiti dall'oscurità, e il nero vivace dello spazio che è una frustata a tutti i sensi. Lo spazio puro è una pantera, selvatica e primordiale; la sognano aggirarsi ferale tra loro. Dondolano nei sacchi a pelo. A una spanna di distanza, oltre una lastra di metallo, l'universo si dispiega in semplici eternità”.
Pietro la mente, Anton il cuore, Roman le mani, Chie la coscienza, Shaun l’anima e Nell il respiro sono i protagonisti di questo libro che ha la capacità di ridestare lo stupore e la meraviglia in un mondo stanco e decisamente sottotono, invecchiato, imbruttito, incattivito. Ma poi non è il mondo ad esserlo ma la sua umanità, così ubriaca di narcisismo come la definisce Harvey “E con il tempo arriviamo a capire che non solo siamo ai margini dell'universo, ma che è un universo di margini, che non c'è un centro, solo un ammasso vertiginoso di cose danzanti, e che forse tutto il nostro sapere consiste in una conoscenza elaborata e in continua evoluzione della nostra estraneità, uno smantellamento dell'ego attraverso gli strumenti dell'indagine scientifica fino a che quell'ego non sarà ridotto a un edificio in rovina a cui filtra la luce”.
Solo allontanandosi da quella sfera blu e verde e rossa e gialla si può davvero capirla, amarla, ammirarla, sognarla.
“Forse la natura di tutte le cose è la precarietà, l'esistenza è un vacillare in equilibrio su una capocchia di spillo, un allontanarsi dal centro un centimetro dopo l'altro come facciamo nella vita, mentre arriviamo a capire che la sconcertante enormità della nostra insignificanza è una tumultuosa offerta di pace sballottata dalle onde. E fino ad allora, cosa possiamo fare nella nostra solitudine assoluta se non guardare noi stessi? Esaminarci in interminabili attacchi di affascinata distrazione, innamorarci e odiarci, fare di noi stessi teatro, mito e culto”.
Samantha Harvey restituisce a questo stanco mondo la sua poesia, illuminandone la bellezza. E si torna bambini davanti ad un albero di Natale, le luci, i colori, la magia, l’incantevole immagine di un sogno a occhi aperti.
“E la Terra, complessa orchestra di suoni, banda stonata di seghe e fiati, stralunata distorsione spaziale di motori a tutto gas, battaglia fra tribù galattiche, eco di trilli da un'umida mattina tropicale, battute iniziali di una trance elettronica, e in sottofondo un suono squillante, un suono che si raccoglie in una gola vuota. Un'armonia incerta che prende forma. Il suono di voci distanti che confluiscono in una massa corale, una nota angelica sostenuta che si espande attraverso le interferenze. Viene da pensare che esploderà in un canto, da come emerge, deciso, e questa perla lucidata che è il pianeta per un attimo ha un suono così dolce. La sua luce è un coro. La sua luce è un concerto di trilioni di cose che si radunano per qualche istante prima di ricadere nel tintinnio e nel tambureggiare confuso di una trance galattica di fiati, il caos di trilli pluviali di un mondo selvaggio che canta”.

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