Visioni d'insieme

L’utopia di Angela Zucconi

L’utopia di Angela Zucconi

Non c’è meta, soltanto la strada.

Quando nel 1933 Angela Zucconi scrisse il suo primo e unico libro di poesie scelse come epigrafe una frase di Lao Tze.

Frase che delineò la sua intera esistenza partendo dalla Bengasi nella quale trascorse gran parte dell’infanzia nella scuola in cui coesistevano culti e credenze diversi che le insegnarono la prima lezione di pluralismo della sua vita.

Viaggia moltissimo, la strada è tutto. Prima in Germania con una borsa di studio, una seconda in Danimarca dove conosce il premio Nobel Niels Bohr. In Italia le presentano Benedetto Croce che le dà accesso al suo archivio per continuare le sue ricerche del carteggio tra la marchesa Marianna Bacinetti Florenzi Waddington e Ludovico di Baviera, iniziate con gli studi per la sua tesi di laurea che sarebbe diventato un libro edito da Longanesi, se il manoscritto non fosse rimasto sepolto tra le macerie nel bombardamento di Milano del 1944.

Conosce Adriano Olivetti, spirito affine, lui le commissiona la traduzione di tutte le opere di Kierkegaard, lei accetta perché “nessuno voleva farlo: era troppo complicato e troppo poco di moda”.

Inizia a lavorare per Einaudi a Roma, diventa amica di Natalia Ginzburg, che di lei disse “È l’unica a cui mi confido, a cui mostro il mio vuoto”.

Per un po’ vivranno insieme, dopo la morte di Leone Ginzburg nella casa di famiglia dove bazzicavano gli intellettuali del tempo, da Cesare Pavese a Bobi Bazlen. In quei mesi nasce l’idea, mai concretizzatasi, di realizzare una rivista Arianna, sempre per Longanesi, “Nel fervore di quei mesi in fondo credevamo che bastasse far uscire dall’ombra la donna perché l’utopia di oggi diventasse la politica di domani” scrisse profeticamente. 

La letteratura iniziò a starle stretta, le idee e la visione di Olivetti le indicarono la strada da intraprendere, un fermento costante la spingeva a voler cambiare le cose, decise così di abbandonare Einaudi “la letteratura non basta se il mondo intorno crolla”.

Quando Giuliana Benzoni, nobile antifascista le propone di partecipare alla fondazione del Movimento di Collaborazione Civica (Mcc) la sua vita cambia direzione. Insieme – e con la Croce Rossa - vogliono riorganizzare la vita sociale italiana, organizzano le colonie estive nelle aree più povere e depresse, partono dai giovani per ridisegnare un’Italia più equa e giusta.

Con Maria Comandini Calogero, madre dei servizi sociali italiani, fondò la prima scuola non confessionale di servizio sociale in Italia, il Cepas, subito dopo la guerra. Sembrava un’utopia, ne parlavano sedute al tavolo della cucina, tra tazze di caffè e fogli sparsi dappertutto. Prima regola “Non si può pianificare per la gente senza la gente. Ogni intervento che cala dall’alto è destinato a fallire o a creare nuovi sudditi, non cittadini”.

Prese parte attiva anche al Progetto Abruzzo, e lei che era andata lì per risollevare la vita delle abruzzesi, di loro disse “Le donne abruzzesi avevano già capito tutto del welfare, solo che non lo chiamavano così.”

Riesce a vedere ciò che altri non vedono, se c’era un’Italia che vedeva al Sud come un retrogrado reietto fardello, lei riesce a cogliere la saggezza, il senso di comunità, l’aiuto reciproco, l’essere parte di qualcosa di più grande che il Nord stava perdendo.

Non riesce a veder concretizzarsi il progetto sulla Martella, il quartiere di Matera scelto per accogliere gli evacuati dai sassi, pensato tra gli altri dall’architetto Quaroni e dal medico Rocco Mazzarone. La politica non fu all’altezza della visione di quel gruppo di persone illuminate mosse da una visione comunitaria e sociale della vita pubblica e privata.

Quando nel 2000 pubblicò la sua autobiografia Cinquant’anni nell’utopia. Il resto nell’aldilà, Goffredo Fofi lo definì uno dei più bei libri di memorie del Novecento italiano.

Per tutta la vita ha fatto dell’utopia un metodo. Nulla era impossibile se lo si voleva. Aveva il senso del radicamento e la strada come unica maestra, una apparente contraddizione che la portò ad amare luoghi e persone, a comprendere, ad essere parte, cercando di migliorare sé stessa e il mondo che la circondava.

“Siamo nati per crescere dalle nostre radici e dobbiamo fare di tutto per continuare a crescere fino alla fine” scrisse pochi mesi prima di morire.

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