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Due amiche, le vite che si intrecciano per rimanere a galla, il dolore, la paura, la violenza e poi una scelta, la gioia, la felicità.
Antonella Lattanzi, barese di nascita e romana di adozione torna nella sua città per presentare il suo ultimo libro Chiara, edito da Einaudi.
Sale sul palco del cinema Splendor, ospite della rassegna Transiti, progetto di programmazione culturale di Apulia Film Commission, che unisce letteratura e cinema in una narrazione condivisa di emozioni.
Disarmante nella sua franchezza priva di sovrastrutture, Lattanzi racconta al pubblico di come la sua missione più che scrivere è accogliere le storie degli altri. La anima un flusso di coscienza dove l’amore per i libri è il battito del suo cuore, i libri che in certi momenti possono salvarci la vita, i libri che raccontano le cose che non vuoi sapere, i libri che ti insegnano a vivere e a capire che la felicità è un lavoro e bisogna impegnarsi per trovarla e viverla.
Cita Stephen King “le cose più intime sono le più difficili da dire non perché manchi una bocca per dirle, ma perché manca un orecchio per ascoltarle”, ma pronunciandole trova un pubblico vasto e attento intento ad ascoltarla.
Lattanzi cede il palco alla proiezione del film L’amore tossico, opera prima di Claudio Caligari del 1983. Le immagini del film scorrono, poco meno di un’ora e mezza di amore, fragilità, sconfitte. Il pubblico esce dalla sala, noi ci fermiamo a parlare con lei.
Le due protagoniste attraversano tutti gli orrori e la bellezza della vita e in qualche modo riescono a sopravvivere, l'amicizia è salvifica?
Io penso che non si possa vivere senza amici, che sono la nostra vera famiglia, che sono le persone a cui scegliamo di dovere qualcosa, anche nel male, nel senso che magari non ci va di fare qualcosa, ma siamo lì per i nostri amici ed è una scelta. Però penso che ci si salva da soli è che se non ti salvi tu non c'è nessuno che ti può salvare. Ogni giorno tentiamo di salvarci, ci proviamo, ma penso anche che non potremmo vivere senza le altre persone.
Entrambe affrontano violenza, cattiveria, orrore, paura. Esercitare l'arte della gioia è una via per riuscire a superare tutto questo?
Io sono stata folgorata tanti anni fa dall’Arte della gioia prima che diventasse un libro così famoso. È un libro che mi ha fatto fare delle scelte di vita. Sono molto convinta che viviamo calati in una cultura del fomento del dolore, come se chi sta peggio avesse più diritto in qualcosa che nessuno sa che cos'è. Come se dovesse esserci un risarcimento di questo dolore. Queste bambine cercano di dire di no al dolore, all'abitudine al dolore e alla coltivazione del dolore. Perché se oggi mio padre mi picchia e io domani vado a scuola e parlo del fatto che mio padre mi ha picchiato non c'è più niente di cui posso parlare se non del dolore. Se invece cerco di essere felice con la mia amica, allora sto dando uno schiaffo a quel dolore, è una cosa molto difficile, non è un atto di leggerezza, è un atto di coraggio e quindi volevo raccontare queste due bambine che cercavano di vivere nella luce.
C'è qualcosa che non hai detto a Chiara e Marianna e vorresti dirgli?
A Chiara che mi sono innamorata di lei scrivendo di lei insieme a Marianna e a Marianna che non sempre quando fai di tutto per farti vedere, per non essere uccisa poi non vieni uccisa. Quindi forse poteva cercare di farsi vedere di meno e cercare chi era, di più.
L’intervista è finita, andiamo via ripensando a quella frase detta da Antonella Lattanzi “i libri ti dicono cose che non vuoi sapere” e seguendo quel filo che tutto lega ritorniamo a Calvino, che questa vita la tratteggiò in poche righe “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

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