Salpare, abbandonare la terra per il mare aperto

Salpare, abbandonare la terra per il mare aperto

Ormeggiati in attesa di una nuova partenza prestano il fianco all’ultimo sole, ne traggono calore per resistere al fresco estivo della notte.

I pescherecci raccontano storie di mare, di onde sospinte dal vento, di burrasche improvvise. Di notti senza vento quando sembra si scivoli su una tavola blu e il rumore dei motori non è che un suono che riempie il silenzio. 

Fermi qui, lungo i moli, interrompono visioni di cielo relegando il sole in una inusuale cornice. Al calare delle tenebre prenderanno il largo, cercheranno fortuna, augurandosi una buona battuta di pesca. La rotta la conoscono, il timoniere volgerà la prua verso il mare aperto e la costa a prora sarà lunga una striscia nera illuminata da lucciole sparse qua e la.

L’equipaggio aspetterà il segnale. “Pescatori che affondano le reti, lunghe come i capelli di una donna”, il sorriso apparirà sul loro volto, in cui il tempo è stato più generoso del sole e della salsedine, quando, tirandole su, saranno piene. 

Non è una vita facile quella del pescatore, una vita spesa a sottrarre al mare pesci facendo attenzione ai periodi di fermo e alle lunghezze. È un altro metro, un'altra misura, è una fatica spesso non ripagata. Ma un uomo di mare senza mare non ha ragione di esistere, perché solo in mare c’è il silenzio che regala sogni, ci sono carezze che regalano gioie, ci sono occhi che guardano senza nulla chiedere in cambio.

Mentre la terra ruota e il sole diviene sempre più piccolo, sul molo un  vecchio uomo osserva il peschereccio, si nota tra le rughe della fronte l’inesorabile piega della nostalgia. Salpare, abbandonare la terra per il mare aperto.