Man Ray, un raggio di sole

Man Ray, un raggio di sole

Scelse per se un nome profondamente affine al suo essere: uomo raggio. Si sentiva un sole e come tale bastava a se stesso.

 Illuminava tutto e guardava il mondo girargli intorno. 

Man Ray, nasce Emmanuel Radnitzky figlio di immigrati russi. Decide prestissimo che sarebbe diventato un pittore.  Ma l’America non era pronta ad accettare quest’artista moderno, non basterà il riparo sotto l’ala protettrice di Alfred Stieglitz a garantirgli successo e comprensione.

L’uomo raggio non ha tempo da perdere, decide di partire, sceglie Parigi. 

La Parigi di inizio Novecento, il cuore del mondo. Parte il 14 luglio, sicuro di prendere la sua Bastiglia. Arriva nel vecchio continente con tre scopi: parlare francese, diventare fotografo e ballare. 

Era un sole, e come tale non si curava di nessuno. Niente lo faceva dubitare di sé, neanche quel continuo ripetersi della solita critica “Quando mi dicevano che ero in anticipo sui miei tempi, rispondevo no, non io, io appartengo al mio tempo, siete voi in ritardo sui vostri tempi”.

A Parigi lo aspetta l’amico Marcel Duchamp, che gli ripeteva continuamente  “la fotografia sostituirà tutte le arti”. Lui non se ne curava. Anzi. Non era arte per lui. Era un mezzo. Lui era un pittore. Ma ben presto si accorse che i suoi quadri erano apprezzati solo dai surrealisti e che invece la fotografia gli dava quella fama e quel successo che gli consentivano di vivere come un sole. 

“La fotografia non è arte” ripeteva sempre, salvo poi aggiungere quando i suoi colleghi fotografi storsero un po’ troppo il naso “Del resto l’arte non è fotografia”.

Fu per tutta la vita un amore e odio. Non ha mai preso sul serio lo strumento, anzi, esaltava gli errori, li cercava, lusingava gli inciampi. Versava zucchero, sale e aceto sulle pellicole. Quando Lee Miller accese per sbaglio le luci nella camera oscura, nacquero le sue immagini solarizzate.

Le due effe, i due segni “forte” che dal pentagramma vengono trasportati sulla schiena della sua amante Kiki de Montparnasse sono anche loro frutto di un caso, di una urgenza. Ricoprirsi per non sentire tutto quel freddo. Lui voleva dipingerle direttamente sulla schiena, Kiki gli consigliò di imprimerle direttamente sulla lastra. Vide così la luce una delle sue fotografie più famose Il violino d’Ingres del 1924 che segnò anche la fine del loro amore. 

Lui sceglie come titoli Il violino d’Ingres, lei si sente un violoncello. Lui non arretra, Ingres aveva un violino non un violoncello. Kiki indispettita lo invita a cercarsi una modella a violino. Lui resta fermo sulla sua posizione, lei lo lascia. Si consoleranno presto, con altri amori. Parigi era il luogo perfetto per cercare altro. Continua a fotografare, si avvicina alla fotografia di moda, cambiandola radicalmente. Niente più belle statuine rigide e fredde come statue, ma forme, curve, luci. Risponde con la sua solita grandeur ai critici “La propaganda più efficace si fa entrando nel campo nemico e continuando a predicare la sovversione”. Tutti in silenzio. Dopo di lui ogni grande fotografo ha lavorato per Allure, Vogue e Vanity Fair.

André Breton dell’amico disse “Si è impegnato a strappare alla fotografia il suo carattere positivo, a farle smettere quell’aria arrogante con cui si presentava per ciò che non era”, una rappresentazione fedele della realtà.

Nulla era reale nelle sue foto, neanche le famose Lacrime (1930)  sugli occhi della modella, gocce di glicerina. 

Gli inciampi erano la sua firma. Quando la marchesa Casati gli chiese un ritratto, lui sbagliò tutto: la luce, l’esposizione, mosse il treppiede, ne venne fuori una figura con tre paia di occhi. Lui entusiasta la stampò, lei in estasi gli disse “E’ il perfetto ritratto della mia anima”.

Si prendeva gioco dei suoi soggetti, smitizzava quell’arte che non considerò mai completamente sua. Ma sapeva maneggiarla in tutta la sua grandezza. “La luce può fare tutto. Le ombre lavorano per me. Io faccio le ombre. Io faccio la luce. Io posso creare tutto con la mia macchina fotografica”

Fotografava spesso le donne che amava, come Lee Miller. Anche se di lei nella sua autobiografia quasi non c’è traccia. Il dolore per quell’amore spezzato segnò tutta la sua vita. Non ebbe parole per lei, ma strappò un suo occhio da un ritratto e lo incastrò sull’asta di un metronomo con una graffetta. Lee scandiva il tempo della sua vita. Oggetto da distruggere divenne una delle sue opere più riconosciute. Non la distrusse mai, lo fecero per lui un gruppo di contestatori durante una sua mostra nel 1957. Non li denunciò. Fecero quello che lui non riuscì mai a fare. 

Man Ray era un groviglio di affascinanti contraddizioni che dipanò lui stesso, due anni prima di morire, nelle parole scritte per il catalogo di una sua mostra a Torino “Dipingo quello che non può essere fotografato. Fotografo quello che non voglio dipingere. Dipingo l’invisibile. Fotografo il visibile”.