Lina Bo Bardi la meraviglia dell’essere semplici

Lina Bo Bardi la meraviglia dell’essere semplici

Nasce agli albori del secolo che la incoronerà regina indiscussa dell’architettura mondiale. 

Fugge da una Italia devastata dalla guerra giovanissima e sceglie il Brasile dove “mi sono sentita in un Paese inimmaginabile, dove tutto era possibile”. Più affine alla sua mentalità, a lei che si è laureata alla Sapienza con Piacentini, quella formazione classica le stava stretta. Abbandona Roma, sceglie Milano e a tre mesi dalla laurea riesce a farsi assumere dal suo maestro Gio Ponti. Apre un suo studio che nel 1943 viene distrutto dai bombardamenti. Nasce in quel momento il suo attivismo politico, si iscrive al partito comunista, partecipa al Congresso nazionale per la ricostruzione. Ma non riesce ancora a realizzare ciò che ha negli occhi e nella mente. 

Achillina Bo, Lina Bo Bardi dopo aver sposato Pietro Maria Bardi, viene chiamata da Assis Chateaubriand in Brasile per realizzare e dirigere il nuovo museo di arte moderna di San Paolo. Accetta immediatamente, lascia il vecchio continente e non ci tornerà più. Il Masp è esattamente come lei, un enorme blocco di vetro sospeso nel vuoto sorretto sui due lati da gambe rosse in cemento. Impossibile passare inosservato. Scopre l’arte popolare e l’Africa, per un po’ insegna all’Università di San Paolo e di Salvador de Bahia, Teoria dell’architettura e Teoria e filosofia dell’architettura. Le sue lezioni sono una visione del mondo impastata con le teorie di Gramsci, mai dimenticare i fini pratici ed etici per cui si realizza qualcosa. La questione sociale è imperativa e la dimensione politica è lo strumento per occuparsene. “Per un architetto la cosa più importante non è costruire bene, ma sapere come vive la maggior parte della gente. L’architetto è un maestro di vita, nel senso moderno di impadronirsi del modo di cucinare i fagioli, di come fare il fornello, di essere obbligato a vedere come funziona il gabinetto, come fare il bagno. Ha il sogno poetico, che è bello, di una architettura che dia un senso alla libertà”.

Era proiettata in un futuro ancora da venire, troppo rispetto ai suoi tempi, l’accademia non la capisce, gli artisti, gli intellettuali, i giovani la amano. Per tutto il Brasile lei è semplicemente Lina.

Scrive, dirige riviste, si occupa di design seguendo un’unica regola  “C’è un gusto di vittoria e di meraviglia nell’essere semplici. Non ci vuole tanto per essere ‘molto’”.

Mentre lavora al Masp realizza la sua abitazione, la Casa di Vetro nascosta nella foresta tropicale, una palafitta dove non esistono muri, la luce, gli alberi e le piante sono l’unico limite in cui vivere. La sua opera più importante, la Secs Pompeiana viene completata quando il golpe mette fine alla dittatura. Lo stile è unico. Il rosso delle finestre come macchie di colore sul grigio del cemento, le forme irregolari a contrapposizione del rigore cubico dell’edificio.

Gilberto Gil la chiama di nuovo a Salvador de Bahia e le chiede di allestire la Casa do Benin, un centro culturale dedicata alla storia della schiavitù. Le dà carta bianca, le chiede solo un luogo che sia “irritante rispetto all’eurocentrismo dominante”. E lei realizza un edificio in cui nulla richiama il classicismo e le sovrastrutture europee. 

“Niente nasce dal niente. L’azzeramento culturale vero non sarà certo realizzato, è impossibile, con la tabula rasa delle strutture tradizionali da un momento all’altro. Gli spiriti autenticamente creativi non hanno mai azzerato, hanno violentemente rivoluzionato, e rivoluzione è violenta eversione del positivo esistente + il futuro” scrisse negli anni Settanta lei che quella rivoluzione la stava compiendo in un Paese che scelse e che adottò come patria, chiedendo e ottenendo la naturalizzazione. Niente di lei esiste al di fuori del Brasile. Ma l’esistenza, il tempo, la materia Lina Bo Bardi li ridefinisce a modo suo “il tempo lineare è un’invenzione dell’Occidente, il tempo non è lineare, è un meraviglioso accavallarsi per cui, in qualsiasi istante, è possibile selezionare punti e inventare soluzioni, senza inizio né fine”.

Senza fine è il suo tempo se a distanza di 29 anni dalla sua scomparsa la Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia le assegnerà quest’anno il Leone d’oro speciale alla memoria, perché nessuno come lei, come ha specificato il curatore Hashim Sarkis, rappresenta il tema di questa edizione How will we live together?