Visioni d'insieme

Ricetta di un genio

Ricetta di un genio

Per diventare un grande scrittore, un inventore di mondi immaginifici, basta prendere ogni giorno un cucchiaino di olio di fegato di merluzzo.

Ne era convinta la mamma di Gabriel Garcia Marquez,  Luisa Santiaga Márquez Iguarán. A chi le chiedeva da dove traeva origine il talento del figlio rispondeva sempre “dall’emulsione Scott” (olio di fegato di merluzzo, appunto).

La stessa persona che stanca di chiedere ai suoi dodici figli: “sei partito? L’aereo è atterrato?” per poter fare il suo rituale scaramantico di accendere una candela, ogni giorno ne accendeva una, nel caso uno qualunque dei suoi figli avesse deciso, senza avvisarla, di volare proprio quel giorno.

Non era da meno il nonno, il colonnello Nicolás Ricardo Márquez Mejía, Papalelo per il piccolo Marquez, un uomo “sospeso nel tempo e nella memoria” che ogni giorno raccontava al piccolo Gabo le tradizioni popolari, i riti magici, le storie antiche del villaggio, i massacri nelle piantagioni di banane, gettando il seme di quel realismo magico che fiorì e prosperò nel nipote che sulle sue storie plasmò Nessuno scrive al colonnello.

Il “cordone ombelicale con la storia e la realtà” o come scrisse anni dopo Marquez disse “… forse è la persona con cui mi sono capito meglio e con cui ho avuto la migliore comunicazione in assoluto. Ogni volta che mi succede qualcosa, soprattutto se è qualcosa di bello, sento che l’unica cosa che manca alla gioia per essere completa è che lo sappia il nonno”.

Miti, magia, superstizioni, rituali tutto si intreccia e diventa un amalgama supremo e irripetibile che ha sapore e odore, che vive come un micelio, invisibile ma diffuso, capillare, essenziale e vitale.

Dopotutto Marquez è lo scrittore del “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla” e tutto intorno a lui era gustoso e profumato. Aveva il sapore di un mondo che vorremmo assaggiare ogni giorno, boccone dopo boccone.

La moglie Mercedes Barcha, quando erano giovani e squattrinati portò al banco dei pegni l’asciugacapelli, la radio e il mixer per pagare la spedizione del manoscritto di Cent’anni di solitudine. La conobbe quando lei aveva solo 9 anni e lui 13 le chiese di sposarla. Aspettò diciotto anni prima di ricevere il suo sì.

“Mercedes permea tutti i miei libri – c’è traccia di lei ovunque” disse Gabo che in esergo a L’amore ai tempi del colera scrisse “A Mercedes, por supuesto” (A Mercedes, naturalmente).

E poi c’erano gli incontri, causali, predestinati, come a Parigi nel 1957, sul boulevard Saint-Michel, in un giorno di pioggia, lui giovane giornalista senza soldi, dall’altro lato Hemingway, già il sole intorno a cui tutto ruota, che passeggiava con la moglie Mary Welsh. Marquez vede il suo mito, non osa avvicinarsi ma grida “Maaaaeeestro!” e il sole si gira e alzando la mano gli risponde “Adiooos, amigo!”.

Poesia sciolta nella minestra quotidiana.

E poi lui, che quando scriveva aveva sempre accanto a sé sul tavolo, un fiore giallo, una rosa o un tulipano e l’incanto fatto parola “scrivere significa resistere nella dimenticanza. Tutto ciò che metto su carta è un modo per combattere la scomparsa delle cose importanti”.

E infine gli amici, come Isabel Allende che di lui disse “Garcia Marquez mi ha insegnato che la vita e la letteratura possono fondersi in un solo respiro, e che la magia non è mai lontana dalla realtà”.

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