Sfrontato, audace, immortale arancione

Sfrontato, audace, immortale arancione

Diciotto pannelli di ambra tempestati di pietre semipreziose e foglie d’oro decoravano la camera d’ambra.

 Donata nel 1716 da Federico I di Prussia a Pietro il Grande per celebrare l’amicizia e l’alleanza tra la sua nazione e la vicina Russia. Chiamata anche l’ottava meraviglia del mondo pesava 6 tonnellate e se oggi le si vorrebbe dare un valore, costerebbe 142 milioni di dollari.

Una stanza calda, preziosa, vibrante, completamente arancione dove la zarina Elisabetta meditava, Caterina la grande riceveva gli ospiti con i quali faceva sfoggio dell’opulenza russa e Alessandro II vi custodiva i suoi trofei. 

Quella stanza arancione era talmente bella e abbagliante da lasciare senza fiato e indurre i russi a coprirla con una anonima carta da parati nel tentativo di sventare il furto da parte delle armate naziste durante l’operazione Barbarossa. Tentativo vano, i nazisti raggiunsero il palazzo di Tsarskoye Selo, la stanza fu trafugata, i pannelli smontati e portati in Germania per poi svanire nel tempo, forse trafugati, forse distrutti. Ma quel simbolo di un arancio infinito fu perso per sempre. O almeno sino al 1979 data in cui i russi per celebrarla e ricordarla ne fecero una copia.

“Anima, fatti color d’arancia. Anima, fatti color d’amore” cantava Federico García Lorca rendendo immortale un colore con i suoi versi. 

Mille sfumature di un colore sfrontato e delicato al tempo stesso. Come quella nata nei campi dell’Iran dove una distesa di piccoli fiori viola custodiva i tre stimmi preziosi dello zafferano. Di cui ci sono tracce nei dipinti rupestri di oltre 50mila anni fa. Una sfumatura delicata che vira al giallo, trafugata da un pellegrino nel 1300 nel suo cappello per portarlo in Inghilterra e farlo fiorire nei campi benedetti del regno di Edoardo II.

“L’arancione è un rosso avvicinato all’umanità dal giallo” diceva Kandinsky  per rimarcarne quel senso di onnipotenza di grandezza svincolata dal peso dell’umanità. 

Sfrontato, audace, l’arancione è un colore che racchiude tra le sue sfumature tutta la grandezza del suo passato.

Arancione è il colore dell’orpimento, il minerale con il quale gli alchimisti cercavano di ricreare la pietra filosofale, legando quel colore al tempo, alla sua capacità di governarlo, di rendersi eterni.

Arancione era il velo utilizzato dalle spose dell’antica Roma. Il flammeum. Omaggio alla moglie del sacerdote di Giove, Flaminica Dialis che sempre indossava un abito e un velo arancione come le fiamme con il quale, durante i sacrifici, si velava il capo.

Alessandro Magno utilizzava lo zafferano per far risplendere i suoi riccioli, i sacerdoti zoroastriani mescolavano i suoi pigmenti per creare un inchiostro con cui scrivere preghiere per scacciare il maligno e le Eliadi piangevano lacrime di ambra per la morte del fratello Fetonte, figlio di Helios, che con la sua superbia aveva sfidato Zeus credendosi capace di far sorgere, splendere e tramontare il sole nel cielo. 

E l’immagine di quell’azzurro sconfinato e del suo contrasto con l’arancio forte e caldo ritornava sempre alla mente di Van Gogh “Non c’è blu senza giallo e senza arancione, e se si aggiunge del blu, bisogna aggiungere anche del giallo e dell’arancione”. 

Ma in tutto questo rincorrersi di colori che si esaltano a vicenda, che si confondono l’uno nell’altro, che si nutrono di differenze, che si sfumano in assonanze, resta viva la domanda di Wassily Kandinsky “Quand'è che vengono meno il giallo o il rosso e comincia l’arancione?”