Eduardo Savarese, scrivere per conoscere la morte

Eduardo Savarese, scrivere per conoscere la morte

Eduardo Savarese è un magistrato ed è uno scrittore. E’ un uomo attento e cordiale, empatico, ed in questo forse lo aiuta la scrittura, immediata.

Il tempo di morire, Woytek Edizioni, è il suo quinto libro. Incontrandolo per una breve chiacchierata,  durante la presentazione del suo libro alla libreria indipendente 101 di Bari, accoglie con il suo sguardo profondo e una delicata quanto educata e vigorosa stretta di mano. Gli chiediamo come nasce questo libro,  “nasce da una prima più immediata ispirazione data da casi giudiziari, i cosiddetti casi sul fine vita, alcuni molto noti come quelli di Piergiorgio Welby, Eluana Englano, Fabiano Antoniani (dj Fabo) e il processo a Marco Cappato. Nel libro c’è una motivazione anche più profonda che si è svelata in un secondo momento, perché avevo la necessità di elaborare, attraverso una conversazione con il lettore anche molto serena, la morte come esperienza esistenziale. Il libro – spiega Savarese - è sia saggistico argomentativo, ma anche narrativo autobiografico perché io parlo delle morti e della mia esperienza con la morte ed in particolare di quella di mio padre che è la prima pagina. Queste due necessità si sono sovrapposte”. Ed in effetti Il tempo di morire è anche elaborazione dei lutti che hanno colpito l’autore, nell’incipit Savarese è chiaro “La morte è entrata nella mia vita molto presto. Avevo quattro anni e mio padre morì mentre ritornavamo dalla nostra consueta estate greca. La presenza della morte mi trasformò in orfano e portò con sé tutta una serie di cose, che cominciano faticosamente a chiarirsi soltanto ora che mi accosto al giro di boa dei quarant’anni”.

Parliamo della prima necessità, non quella personale, quella di mettere ordine dove non è intervenuto il Parlamento e forse neanche la Corte Costituzionale

“Questo è un  tema su cui c’è moltissima confusione e il libro l’ho voluto scrivere per contribuire a mettere un po’ di ordine. Ci sono vari livelli di disordine. In quello informativo-giornalistico il disordine è dato dall’uso dei termini, suicidio assistito, eutanasia, abbandono terapeutico, che sono spesso sovrapposti, confusi. Immagino che il lettore che voglia farsi una idea dai giornali faccia molto fatica ad orientarsi e questa è una cosa terribile. Poi c’è un altro livello di disordine che è la disonestà intellettuale. Il fine-vita è un tema sul quale non bisogna partire con un pre-giudizio ideologico, che sia quello del laicismo più spinto o al contrario dell’integralismo  cattolico. Bisogna osservare con molta umiltà le esperienze concrete delle persone, che è quello che ha cercato di fare la Corte Costituzionale, cioè di ritagliare uno spazio di legittimità nell’aiuto al suicidio nel caso di dj Fabo. Questo libro nasce anche dall’esigenza di aiutare chi legge a orientare quello che è un discorso di coscienza”.

Lei come si pone con la morte?

“Io credo che sia sempre una esperienza quando pensiamo alla nostra di morte. Un pensiero in fondo  insostenibile o come diceva Jankélévitch  indicibile. Si prova sgomento a pensare che si possa scomparire, almeno corporeamente. Ricerco  la rappresentazione della morte nell’arte, nella letteratura (nell’opera lirica, il libro fornisce numerose riflessioni ndr) nelle conversazioni con gli amici, nei ricordi delle persone che non ci sono più. Oggi abbiamo perso il contatto con questa ricerca, tutte le culture e le civiltà hanno cercato di elaborare  la ‘fine’ o il ‘passaggio’ poiché è parte della vita.

Nel suo ruolo di magistrato ha incontrato questo tema

“No, perché mi occupo del diritto fallimentare. Certo qui l’elaborazione di un fallimento, di una fine, per molti è una morte. Non mi è mai capitato di affrontare temi specifici. L’ho intercettato come tema di interesse personale”.

Lei è pronto a morire? 

“Vorrei scrivere qualche altro libro (sorride ndr). L’altra sera a letto ho guardato la persona che era al mio fianco e ho detto una frase che non è molto rassicurante prima di andare a dormire. Ho detto sta passando tutto. Se ne sta andando il tempo e il tempo bisogna spenderlo bene”.

Che cosa abbiamo perso

“Noi perdiamo pezzi di noi, ma io credo che questo faccia parte di una trasformazione”.

Ed il merito di questo libro, da leggere in solitudine, è di alleggerire il concetto che abbiamo di morte, è una disanima della materia che apre interrogativi sul come viviamo, su come non farsi sorprendere, su come vivere il tempo senza lasciare che scorri via.