Ernest Hemingway, l'essere

Ernest Hemingway, l'essere

Immaginiamo che ognuno di noi, si sieda a tavolino e decida passo dopo passo la vita che vorrebbe vivere. Il coraggio, l’audacia.

Amare senza limiti, trovare il bello in ogni cosa e ogni persona, essere curiosi, mantenere la propria visione del mondo e portarla avanti costi quel che costi. Battersi per ciò in cui si crede, divertirsi oltre ogni immaginazione, sentire tutto e sempre. Avere un talento, un grande talento e farlo sbocciare e splendere ogni giorno.

Immaginiamo di essere in grado poi di viverla davvero quella vita. Passo dopo passo. Giorno dopo giorno. Sin dall’inizio.

Ecco, se fossimo così saremmo un’unica persona: Ernest Hemingway.

Ha scritto come ha vissuto.

Hemingway toglie ogni orpello alla sua scrittura, lascia la semplicità di una visione sempre contrapposta tra bene e male. Dove il male è la vigliaccheria e il bene è il coraggio, la lealtà. 

La tensione morale è ovunque nei suoi scritti, ne Il Vecchio e il Mare, in Per chi suona la campana, in Addio alle armi. 

Generazioni intere l'hanno osannato, per quell’alone da eroe americano che ha intriso tutta la sua vita. 

In una Parigi non ancora completamente liberata dai nazisti fu lui ad arrivare in rue de l’Odeon, con la sua tuta sporca di sangue e fango, per liberarla dai franchi tiratori assiepati sopra i tetti. Entrò in scena proprio come si fa nei film gridando “Sylvia!” , poi salì sui tetti con i suoi commilitoni, si udì qualche colpo di fucile, liberarono la strada dai nazisti, salvando Sylvia Beach e Adrienne Monnier e la loro Shakespeare and co. E andò via dicendo “ora andiamo a liberare le cantine dell’hotel Ritz”. Cosa che naturalmente fece.

Era un uomo che si batteva. Per un libro magari. Come fece per l’Ulysse di Joyce, così diverso dal suo stile, il libro che avrebbe definito tutti gli altri a venire fu bandito in Francia, dove fu scritto, e messo all’indice in tutta l’Europa. Solo grazie all’intervento di Hemingway fu trafugato nel cappotto di un amico e portato in America attraverso il Canada, dove poi divenne il libro che fece dire ad Ezra Pound “Un uomo che ha creato tre capolavori ha il diritto di sperimentare. Non vi è nessuna ragione per bloccare il traffico”.

Hemingway viveva come scriveva e viceversa.

La sua non ancora moglie Martha Gellhorn disse di lui “Senza nemmeno volerlo Ernest avrebbe potuto eclissarmi con la sua grandezza. Era troppo famoso, troppo avanti con la carriera, troppo sicuro di ciò che voleva…troppo immerso nella vita che si era costruito a Key West. Troppo motivato. Troppo affascinante. Troppo Hemingway”.

Vero. Troppo Hemingway. Troppo sfrontato e sicuro di sé. Non piaceva a Zelda, lui che per tutta la vita ha ripetuto a Francis Scott Fitzgerald di lasciarla per salvarsi, per salvare quel talento che tributò nero su bianco “Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla. In un primo tempo non lo capì più di quanto lo capisca la farfalla. Solo più tardi si rese conto delle sue ali danneggiate. Non riuscì più a volare perché era scomparso l’amore per il volo e poté solo ricordarsi di quando volare non gli era costato il minimo sforzo”.

Amava il coraggio che per lui non risiedeva nel non avere paure o debolezze, ma nel combatterle. Davanti ad un foglio bianco, terrore di ogni scrittore, lui scrisse “Non preoccuparti, hai sempre scritto prima e scriverai adesso. Non devi fare altro che scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci”.

Quel desiderio quasi ossessivo di essere vero che gli hanno riconosciuto tutti, anche il nostro Italo Calvino “Hemingway ha capito qualcosa di come si sta al mondo a occhi aperti e asciutti, senza illusioni e misticismo, come si sta soli senza angosce e come si sta in compagnia meglio che soli: e soprattutto ha elaborato uno stile che esprime compiutamente la sua concezione della vita, e che se talvolta ne accusa i limiti e i vizi, può nelle sue riuscite migliori può essere considerato il linguaggio più secco e immediato, più privo di sbavature e tumidezze. Il più limpidamente realistico della prosa moderna”.

E quello stare al mondo che l’ha portato giovanissimo in Italia a combattere contro i fascisti, l’ha fatto correre inseguito dai tori di Pamplona durante la festa di San Fermin, l’ha portato alle pendici del Kilimangiaro, nella Parigi di inizio secolo “quando eravamo molto poveri e molto felici”, in Africa a cacciar leoni, in Cina osannato anche lì. Ha amato moltissime donne, le ha tradite tutte. Ma sempre con quello stile tutto suo. “Ma che cosa non sarebbe stato divertente in compagnia di Hemingway?” disse di lui Sylvia Beach.

Infondo erano tutti un po’ innamorati di quell’uomo rude e romantico al tempo stesso, capace di scrivere “Questo è l'odore che mi piace. Questo è il trifoglio appena tagliato, la salvia calpestata quando uno cavalca dietro un armento, il fumo della legna e delle foglie che bruciano d'autunno. È l'odore della nostalgia, l'odore del fumo dei mucchi di foglie che bruciano l'autunno nelle strade del Missoula. Quale odore preferiresti sentire? L'erba dolce che gl'indiani adoperano nei loro cesti? Il cuoio affumicato? L'odore della terra a primavera dopo la pioggia? L'odore del mare quando un o cammina in mezzo alle ginestre su un promontorio in Galizia? O il vento di terra quando si avvicina a Cuba nell'oscurità: l'odore dei fiori di cactus, di mimosa e delle viti marine? O preferisci l'odore del prosciutto fritto, la mattina, quando hai fame? O quello del caffè del mattino? O di una mela quando la mordi? O di un frantoio quando si prepara il sidro, o del pane appena sfornato? Ma allora devi aver fame”.

E qualche detrattore potrebbe ricordare la fine che ha scelto di vivere. Per loro bastano le parole di Elio Vittorini “il gesto in Hemingway non è di auto-distruzione, ma di adempimento: gratitudine estrema, in amaro e noia, verso la vita”.

 Quella vita che ha amato moltissimo, più di tanti altri. La vita e il mondo che “è un bel posto e per esso vale la pena di lottare”.