Tina Modotti, la rivoluzione in uno scatto

Tina Modotti, la rivoluzione in uno scatto

“Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita: d’ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma; d’acciaio, linea, polline, si costruì la tua ferrea, esile struttura”.

Nelle parole di Pablo Neruda c’è tutto ciò che è stata Tina Modotti.

Amata da tutti, temuta da molti. E’ stata fotografa, attrice, modella, scrittrice. Ha segnato lei il solco del reportage sociale nel quale in seguito hanno camminato Robert Capa e Gerda Taro. Un talento immenso, le sue foto sono apparse sul British journal of photography, sull’Agfa Paper, su Creative Art.

Lei, donna di fine ottocento, nata ad Udine, prima di sei figli. Padre carpentiere e socialista, mamma casalinga, che cuciva per arrotondare lo stipendio del marito, il padrino Demetrio Canal era un calzolaio anarchico. La povertà e la voglia di riscatto portano la famiglia ad immigrare prima in Austria, poi negli Stati Uniti.

E il seme di quello che in seguito Tina sarebbe stata, era già lì. L’impegno politico rivolto sempre ai più umili, ai lavoratori, a quanti dall’alba al tramonto combattevano per un boccone di vita.

E quella sua naturale propensione a difendere e sostenere e innalzare gli ultimi, è in ogni suo scatto fotografico.

“Ti ho vista appena. Ma fu abbastanza per ricordarti e capire ciò che eri: l’umano fervore delle tue fotografie volti malinconici del Messico, paesaggi, quell’amore negli occhi che fissavano ogni cosa” scrisse di lei il poeta spagnolo Rafael Alberti.

Fotografa i lavoratori messicani, e li innalza a pura poesia. Porta in ogni foto bellezza e denuncia.

Un operaio che trasporta su una spalla una immensa trave, un solo braccio a sostenere il peso, l’abitudine alla fatica che diventa normalità, i contadini messicani che leggono El Machete, sperando e credendo in quella rivoluzione mai compiuta.

La vita e l’arte in Tina Modotti si sono intrecciate indissolubilmente lei che scrisse “in altre parole metto troppa arte nella mia vita, troppa energia, e di conseguenza non mi rimane molto da dare all’arte”.

Tina passeggiava con Julio Antonio Mella, fondatore del partito comunista a Cuba, la sera in cui lui fu assassinato. Un amore fermato da due proiettili, ma che rimane vivo negli scatti che lei gli fece in vita. Quel profilo forte, i capelli folti e scuri, il vigore e il furore di un uomo e poi la sua macchina da scrivere e sul foglio si leggono le parole ispiracion, artistica, sintesis, existe.

Tutto nelle sue foto ha un senso e un significato preciso, nulla è un banale orpello.

Tina racconta la sua vita e la vita di chi è intorno a lei attraverso i suoi scatti, che non ha mai voluto artistici, ma sempre reali. Nessun artificio, la verità spogliata da ogni orpello.

Fotografa la scrittrice Ione Robinson, gli occhi chiarissimi che si stringono nel sorriso che le si apre sulle labbra. Immortala l’attrice Dolores del Rio con i suoi occhi neri di pece che guardano in alto e le labbra a cuore. L’intellettuale Anita Brenner, con il volto adombrato da un grande cappello.

E si comprende ciò che lei stessa disse “Voglio poter amare chiunque, uomo o donna, giovane o vecchio, in completa libertà e secondo il mio sentimento”.

Ama il grandissimo fotografo Edward Weston, e resta traccia del loro amore negli scatti che entrambi si sono dedicati.

Quello che lui fece a lei, fu utilizzato in seguito per screditarla dovette intervenire il grande Diego Rivera per far tacere i pettegolezzi. Quel Diego Rivera che ha immortalato nella sua opulenza fisica alla riunione del Soccorso Rosso Internazionale e artistica nei tre piani del murale del palazzo del Ministero della Pubblica istruzione e lui la dipinge nuda sui muri dell’Università di Chapingo e mentre distribuisce fucili ai soldati sul Palacio National.

Fotografa il suo Vladimir Majakovskij, poeta della rivoluzione russa, arrivato in Messico per vivere il fermento che portava in Sud America gli intellettuali di tutto il mondo. Insieme passeggiavano per ore lungo parlando di rivoluzione e poesia e quella spensieratezza trapela nell’istante fermato nei suoi scatti.

Assunta Adelaide Luigia Modotti fotografa il suo Messico, quello che le ha rapito il cuore che l’ha abbagliata con quella rivoluzione del popolo e per il popolo e fotografa tutto, i fiori, le calle, i cactus.

Fotografa le mani del grande burattinaio Louis Bunin. Lo fotografa seduto, con le maniche della camicia bianca arrotolate, le braccia che si incrociano e il burattino di legno che prende vita tra i suoi piedi.

Fotografa la povertà trasformandola in bellezza, con le donne di Tehuantepec che lavano i panni nel fiume, i bambini in acqua e una mamma di schiena che si è tolta l’unica blusa che possiede per lavarla e rimane nuda, con la schiena troppo magra, in un rituale che si ripete di giorno in giorno.

Tra i suoi scatti quello di Vittorio Vidali agente operativo della Gpu bolscevica, suo grande amore, sul ponte di una nave, intento a guardare l’orizzonte attraverso il mare. Uno scatto intenso che ispira un senso di profonda solitudine e freddezza. Forse per il dubbio che aleggia su Vidali, quell’ipotesi di essere stato il mandante della uccisione di Tina, morta in circostanze misteriose.

In una ispirata mostra alla Palazzo delle Arti Beltrani di Trani, visitabile sino al 6 gennaio si può ripercorrere la vita di questa grandissima artista. Cinquanta scatti che parlano di lei.

La curatrice Alessia Venditti, nella scelta delle foto (appartenenti alla galleria Bilderwelt) ha voluto mettere in mostra l’aspetto artistico di Tina Modotti, tralasciando le opere più politiche.

Ma solo un occhio distratto non è in grado di notare la passione politica e il senso civile che trapela in ogni scatto di una donna rivoluzionaria in tutto, nella vita, nell’arte e nelle idee.