Manuela e Cesare, un amore senza fine

Manuela e Cesare, un amore senza fine

Nel giorno del compleanno di Cesare Pavese gli ha scritto una lettera aperta su Instagram confessandogli tutto il suo amore

“A te che sei la mia ossessione letteraria che sei l’origine, l’effetto e la ragione del mio studio matto e disperatissimo”. Una lettera lunghissima appassionata e piena della giovanissima ricerca di una salvezza per tutti “…e non avrei potuto fare nulla eppure continuo a cercare di fare qualcosa perché voglio salvarti”.

Manuela, @_readingram._, 22 anni, bookstagrammer per passione, ha dichiarato il suo infinito amore a quell’uomo alto e romantico che aspettò per ore, sotto la pioggia, una cantante di cui si era invaghito, sino ad ammalarsi di pleurite. 

Un uomo che Manuela ha incontrato per la prima volta “nell’aprile nel 2018: stavo leggendo Lessico famigliare e mi sono trovata tra le righe quest’uomo alto alto, con una sciarpetta lilla intorno al collo (terribile, a quanto dicono), la pipa spenta fra i denti e un’aria taciturna. L’ho visto, mi ha incuriosita ma mai avrei potuto pensare che sarebbe diventato così importante per me perché mai avrei potuto pensare che un autore potesse prendere un posto così importante nel cuore”.

Un amore che trascende il tempo, ed è forte e pieno e si nutre di quell’impeto con il quale Cesare Pavese ha vissuto, lo stesso che lo portò a scrivere in piena epoca fascista una tesi di laurea “Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman” considerata troppo liberale e per questo rifiutata dal suo professore, riuscì a laurearsi solo dietro intercessione dell’amico Leone Ginzburg. Natalia, la moglie, scrive di lui e Manuela viene investita dall’amore come un fiume in piena “Non l’ho scelto, si è fatto scegliere. L’ho visto prima come persona e poi come autore: la Ginzburg ne parla con così tanto amore che è impossibile non innamorarsene”.

 L’amore centro sfortunato di tutta la sua vita l’ha portato a donare il suo cuore, alla matematica e fisica Tina Pizzardo, ad una giovanissima Fernanda Pivano alla quale chiese per ben due volte di sposarla, alla segretaria della Einaudi e poi psicoanalista junghiana Bianca  Garufi e infine all’aspirante attrice Costance Dowling. 

Mai fu ricambiato. 

Se il tempo potesse ripiegarsi su se stesso oggi troverebbe l’amore in una ragazza alta, come lui, dai lunghi capelli castani, che nasconde il viso dietro una frangia come lui faceva con gli occhiali. Una ragazza innamorata della “sua ironia, delle sue lunghissime passeggiate solitarie tra i profumi delle sue colline, della sua voglia di fare, del suo amore per la letteratura americana, della sua incapacità di dimostrare amore a chi lo ama, del suo innamorarsi sempre in maniera viscerale, del suo essere così fragile all’interno di una corazza così apparentemente stagna”.

E’ una tale ossessione per lei che convince i genitori a portarla nei luoghi in cui lui è nato e vissuto, va a Santo Stefano Belbo, percorre a piedi la strada che va verso Canelli e di lì a Genova e poi verso l’America. Sale sulla Gaminella, la collina dietro casa di Pavese dove lui andava a pensare. Rivive la sua vita, sente gli odori che lui ha odorato, i colori che ha ammirato. 

Un uomo dal cuore troppo fragile, schivo a riconoscimenti e tributi. Infastidito dal teatrino delle parti al quale dovette partecipare quando vinse il Premio Strega. Lui non amava apparire, e lei lo sa “tutto ciò che c’è da sapere di lui è scritto nei suoi libri. Si nasconde tra le vigne, le lunghe passeggiate, i personaggi taciturni e tanti altri elementi: e non c’è nulla di più bello che cercarlo tra le righe”.

Lei lo cerca e magari in un piano astrale diverso dal nostro le due anime si sono incontrate, capite, a discapito del tempo nel quale sono stati calati, lui liberale romantico in pieno fascismo, lei una romantica che cerca un uomo che non c’è più, nell’epoca del virtuale. Le affinità elettive li legano “Da lui poi ho imparato quanto sia importante studiare, credere in ciò che si fa e sognare in grande. Sarà sempre il mio modello e la mia guida e magari, tra qualche anno, ci saranno ancora più affinità”.

E poi resta quella lettera, lunga e appassionata “Caro Cesare,
fa un po’ strano scrivere una lettera di buon compleanno a una persona che non potrà mai leggerla e che soprattutto non ha nulla da festeggiare ma vorrei comunque approfittare di questa giornata perché mi sono resa conto di non essermi mai rivolta a te ‘direttamente’. Ho scritto papironi a Primo Levi dicendogli di non sentirsi in colpa se è sopravvissuto ad Aushwitz; ho scritto a Gozzano dicendogli che le farfalle sono diventate ancora più delicate ai miei occhi e che penso sempre a lui quando ne vedo una; ho scritto a Simone de Beauvoir, alla Morante, alla Ginzburg ringraziandole per ciò che mi hanno insegnato; ma non ho mai scritto a te che sei la mia ossessione letteraria, che sei l’origine, l’effetto e la ragione del mio studio matto e disperatissimo degli ultimi mesi.
Penso di non averti mai scritto prima perché non sarebbe cosa gradita, perché diresti che te ne infischi di tutti questi sentimentalismi, perché sono una lei, perché guardo più ciò che sei rispetto a ciò che fai e se lo faccio forse perché la prima volta che ti visto tra le pagine stavi sputando nocciolini di ciliegia e ti arrotolavi i capelli intorno all’indice tutto impacciato e ho pensato “quest’anima mi piace.”
E poi ti ho conosciuto attraverso le lettere e ti ho visto studiare, fare il precettore, tradurre opere americane, finire al confino, innamorarti, illuderti e star male.
E poi ho letto biografie e ti ho visto nascere, ti ho visto correre tra le colline, ti ho visto innamorarti della letteratura, ti ho visto diventare intellettuale, poeta, editore, scrittore, autore famoso.
E poi ho letto i tuoi romanzi e le tue poesie e ti trovavo dietro ogni personaggio, nel silenzio della campagna, nel tormento della guerra, nei profumi delle vigne, nelle passeggiate chilometriche che occupano pagine e pagine e che mi facevano venire il fittone.
E ogni volta che leggevo qualcosa di te, di tuo, cercavo il punto in cui qualche parte di si spegneva, fino a darti il coraggio di andare via per sempre.
Mi ha fatto un male porco il tuo suicidio, dal primo momento in cui l’ho letto: mi hai tolto l’aria, mi hai fatto sentire impotente, mi hai stesa. E non avrei mai potuto fare nulla eppure continuo a cercare di fare qualcosa perché voglio salvarti.

E ti leggo, e parlo di te, e ti porto i fiori al cimitero e mi metto in situazioni più grandi di me facendo dei gran casini quando vedo che non si prendono cura di te e del tuo ricordo e questo non te lo meriti proprio.

Sulla tua tomba c’è scritto ‘Ho dato poesia agli uomini’, ma ti assicuro che a me hai dato molto di più: mi hai dato un esempio, mi hai dato uno scopo letterario, mi hai dato linfa vitale, mi hai dato millemila emozioni, mi hai dato l'amore e mi hai dato il coraggio che ne consegue, mi hai dato parte di quella che oggi sono e lo sono grazie a te.

E per questo, quest’anno preferisco commemorare la tua nascita, la tua vita, la tua persona, insomma tutte quelle cose con cui ti scontravi ma che erano speciali e ce ne prenderemo cura, sempre. Promesso.

Auguri,

ovunque tu sia e sempre con me”.

Ma ad una donna innamorata può bastare una lettera per dire tutto ciò che ha in cuore?

 Se poi ci sarà altro, glielo scriverò tra le righe dei suoi libri, l’unico posto in cui so di poterlo trovare”.