La luce che illumina la musica, Prince

La luce che illumina la musica, Prince

Leggenda inarrivabile 

 

“Scriverò io le mie canzoni, sarò io il produttore del mio disco e tutti gli strumenti presenti in ogni canzone li suonerò io”.

Fu il diktat che un giovane ragazzo di colore di 17 anni, nato e cresciuto in uno dei quartieri più poveri e ad alto tasso di criminalità di Minneapolis, impose a ogni casa discografica che voleva metterlo sotto contratto. Lui che non mangiava tutti i giorni, lui che non aveva una famiglia ordinaria, che dormiva sul divano di qualche amico. Lui che a 12 anni sapeva suonare già pianoforte, chitarra, basso, tromba e sassofono, e non qualche noiosa filastrocca per bambini ma le musiche dei Chicago.

Lui era Prince Rogers Nelson e rifiutò una facile via verso il successo con la CBS e un modo immediato per non doversi più preoccupare delle beghe quotidiane con la A&M. La musica prima di tutto. Prima della fame. Prima di un tetto sotto il quale dormire. Prima della fama e del successo. Prima dei soldi e del potere. Prima di tutto la sua musica che gli scorreva nelle vene ininterrottamente, come un fiume in piena. Mai si è fermato, mai si è adagiato. E’ sempre andato più velocemente di tutti gli altri, anche di quelli che in seguito avrebbero condiviso l’Olimpo con lui.

Madonna aspettò  due anni prima di incidere un disco dopo Like a Virgin, Bruce Springsteen ne aspettò tre dopo Born in the Usa e Michael Jackson addirittura cinque dopo Thriller. Lui no. Un anno dopo Purple Rain, che fu primo nella classifica Usa dei dischi, dei singoli e anche al cinema (realizzò anche il film), e che ci restò, sempre ai vertici per 24 settimane, era già in tutti i negozi con Around the world in a day. E lo ha fatto per tutta la sua vita. Da quel 1° ottobre del 1977 quando uscì For You, lui aveva 19 anni, non era ancora nessuno per l’industria discografica, di lui la voce che girava nell’ambiente era semplicemente “è un genio”, e quella voce era tutto ciò che aveva. Per fargli firmare il suo primo contratto arrivò a Minneapolis nientepopodimeno che Mo Austin, il presidente della Warner Bros, per intenderci l’uomo di Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Jimi Hendrix, Frank Zappa, Neil Simon…e moltissimi altri. La storia narra che Austin in persona volle incontrare quel ragazzino spiantato, dal carattere introverso ma talentuoso come pochi, che con le sue richieste ritardava la firma del contratto. Si chiusero in una stanza e parlarono per ore e ore e ore. Austin uscì dalla stanza e disse ai suoi manager “dategli tutto ciò che vuole”. E lui voleva solo avere la libertà assoluta sulla sua musica, dalla A alla Z. Fu cosi da allora e per tutta la sua vita. Prince compose, scrisse, suonò, arrangiò e produsse ogni canzone di tutti i suoi 39 album. Più di uno all’anno per tutta la sua carriera musicale. L’ultimo HITnRUNPhase two fu pubblicato il 12 dicembre del 2015, appena quattro mesi prima della sua morte. 

Ma la sua morte per quanto dolorosa, per quanto abbia letteralmente spento la luce sul panorama musicale mondiale è solo un dettaglio della sua incredibile vita. “Non penso al tempo in questo modo e non credo all’età. Quando ti svegli, ogni giorno sembra uguale all’altro, quindi ogni giorno dovrebbe essere un nuovo inizio. Non ho una data di scadenza” disse in una intervista e così viveva ogni giorno come un nuovo inizio. Nessuno si è reinventato tante volte come ha fatto lui, che era talmente un fiume in piena che un solo se stesso non gli bastava e componeva e incideva dischi sotto mille diversi pseudonimi. Lui che è stato Camille, The Kid, Alexander Nevermind, Christopher Tracy. Ha fatto credere al mondo si trattasse di altri artisti, ma era sempre lui. Ha scritto più canzoni dei Beatles, 600. Impossibile contenerlo. E quando la musica che era in lui aveva bisogno di sgorgare ed essere cantata da qualcun’altro, non ha mai fatto calcoli di convenienza: scriveva, componeva e donava le sue canzoni. 

E’ sua “Nothing compares to you” cantata da Sinead O’ Connor, sua “I feel for you” portata al successo di Chaka Kan, “Manic Monday” delle Bangles, “How come you don’t call me anymore" suonata da Alicia Keys. Magari non a tutti piaceva, perché dopo tutto si tratta di gusti e ognuno ha i suoi, ma è innegabile che sia stato l’unico così assolutamente fedele e dedito alla purezza della musica. Non ha mai piegato la sua musica a niente.

E il suo talento era immenso e riconosciuto da tutti, Miles Davis disse di lui “La sua era la musica più eccitante per questo decisi di tenerlo d’occhio. In Prince c’è qualcosa di Marvin Gaye e di Jimi Hendrix e Sly e perfino di Little Richard. E’ un miscuglio di tutti loro e di Duke Ellington…mi ricorda in qualche modo Charlie Chaplin…la sua musica punta verso il futuro”. Pete Townshend leader degli Who lo paragonò a Chopin e Bono Vox cantante degli U2, il giorno della sua morte pubblicò un post su cui scrisse “Non ho conosciuto Mozart, non ho conosciuto Elvis, non ho conosciuto Duke Ellington, ma io ho conosciuto Prince”. Quincy Jones, il re mida della musica nera chiamò Prince per far uscire Michael Jackson dalla depressione in cui era caduto dopo Thriller. Un duetto tra i due sarebbe stato un successo clamoroso e avrebbe fatto uscire Jackson dallo stallo in cui si trovava. Il progetto non si concretizzò, Prince era strumento solo della musica non dei produttori o delle opportunità.

La sua grandezza era nota a tutti, nessuno ha mai messo in discussione il suo talento, un talento che ancora oggi ha solo da insegnare. Ai tanti che “vanno al risparmio” e non sanno realmente cosa significa avere dentro il fuoco sacro. Mai in un concerto ha suonato e cantato una sua canzone con lo stesso arrangiamento scelto per i dischi, mai, neanche una volta ha fatto la scelta facile di scrivere la scaletta in base alle sue maggiori hit. La musica per Prince non era un pezzo scritto a tavolino, ma una continua evoluzione. Chi l’ha visto in concerto lo sa, sa quanto fosse capace di suonare una canzone e  trasformarla in un’altra senza soluzioni di continuità. La musica per lui è sempre stato un continuo fluire. Vallo a dire agli altri performer che un concerto non è l’amplificazione di un disco, dove finisce una traccia, pausa e ne inizia un’altra. Chi c’era ai suoi concerti sa anche questo. La musica non si fermava, mai, sino alla fine. E c’era lui li, in alto, quasi in trance, che sentiva e vedeva solo le note, e un applauso nel momento sbagliato provocava sul suo volto una leggera smorfia di fastidio. Non rovinate la musica. C’è un groove, un mood. La musica era tutta lì nella sua testa e lui continuava a suonarla. E la faceva suonare alle sue musiciste, ne ha scoperte e lanciate a decine. Il primo ad utilizzare le donne sul palco, non come semplici coriste o ballerine. Wendy & Lisa, Sheila E., Jill Jones, le Bangles, Candy Dulfer, Carmen Electra, Apollonia, Sheena Easton. Solo per citarne qualcuna. 

Ha vinto sette Grammy, un Oscar, un Golden Globe, è stato definito dall’Arc Rock on the Net “primo miglior artista maschile pop degli ultimi 25 anni”, e Rolling Stone lo inserì al 27esimo posto tra i migliori artisti di tutti i tempi.

Ma di tutto questo non si è mai curato. Lui è quello del Black Album. Un album senza scritte né indicazioni né foto. Completamente nero. Pubblicato e ritirato nella stessa giornata. Non ne era più convinto. 

Ha deciso tutto nella sua vita, anche togliersi il nome quando la Warner voleva metter voce sulla sua musica. Nel 1992 pubblica il suo primo album senza utilizzare il suo nome ma un simbolo Love Symbol  e continuerà a utilizzarlo sino alla fine del suo contratto con la Warner. Tornerà ad essere Prince per il mondo intero solo nel 1996 con l’album Emancipation edito dalla Emi. E’ impossibile elencare tutte le volte e tutti i modi in cui Prince è stato un assoluto precursore e tutto ciò che oggi può apparire innovativo, lui l’aveva già fatto.

Una volta a proposito della sua musica e delle sue scelte disse “Io non do alla gente ciò che vuole. Do loro ciò di cui hanno bisogno”. 

Ed è vero. Prince ci ha dato la grandezza.