L’infinito, odore di libertà

L’infinito, odore di libertà

In una fresca mattinata di ottobre, con il sole ancora caldo sulla fronte, camminare per sentieri di campagna ed affacciarsi infine sul porto.

Osservare le imbarcazioni depositate sulla sabbia in attesa del loro condottiero, per affrontare il mare e mille nuove avventure. Prendono il sole anche loro dopo la pioggia e il vento. Tepore, segnale che un nuovo inverno è ancora lontano.

Sedersi sulla prora e osservare il mare, le altre piccole barche lievemente ormeggiate alle funi, che qui l’ancora non serve, in questa piccola insenatura, tra due basse scogliere e cemento. Eppure qui vorremmo forse restare noi ancorati, qui su questo legno che sa di salsedine e di libertà. Lontano dalle pareti soffocanti, dagli schermi intossicanti, dalle pagine vuote che non vorremmo riempire con inutili inglesismi sinonimi di confinamenti.

Qui, sul legno, il gatto nero che attende un pesce azzurro dal pescatore di ritorno ci osserva incuriosito dalla nostra felicità. Come si confina un infinito? Come si argina un pensiero? Richiamando forse un senso di responsabilità per nascondere incapacità di qualsivoglia organizzazione.

Poco distante da questa prora un anziano pescatore ripara reti che getterà domani all’alba, lui organizza il suo lavoro. Scrutando il cielo sa che il vento non cambierà ne sopraggiungeranno tempeste. A lui basta l’esperienza e la consapevolezza di essere artefice del proprio destino.

Ci basta questo legno e l’orizzonte ampio per essere felici. D’improvviso dall’ampia borsa che ti porti dietro tiri fuori un contenitore eccessivamente grande, insalata di riso per due. Chiedimi se sono felice.