Kafka e la solitudine alla fondazione Prada

Kafka e la solitudine alla fondazione Prada

C'è molta speranza, ma nessuna per noi. Nessun uomo che pronunci queste parole può sperare in un lieto fine, soprattutto se quest’uomo è Kafka.

Non esiste un lieto fine ma solo tanta solitudine come nella sua trilogia, così definita dall’amico ed esecutore testamentario Max Brod, che comprende Il processo, Il castello e America.

La fondazione Prada per omaggiarlo porta in mostra - a Milano sino al 25 ottobre - un trittico, tre artisti per tre libri. La struttura della mostra, come spiega il suo curatore Udo Kittelmann è una “pala d’altare, in cui la grande tavola centrale è costituita da America, mentre Il processo e Il castello formano i due pannelli laterali. I tre elementi uniti compongono una metafora degli eventi dell’esistenza umana e ‘tutte queste vicende si limitano a dire che l'incomprensibile è incomprensibile, e questo era già noto’, come scriveva Kafka”.

Il percorso parte dall’opera di Martin Kippenberger, The Happy End of Franz Kafka’s “Amerika” (1994).  Basata su America (1927), l’opera reinterpreta la sequenza in cui il protagonista Karl Rossman, dopo aver viaggiato nel Paese, si propone per un’occupazione al “teatro più grande del mondo”. Prosegue con la proiezione de Il processo di Orson Welles del ‘62 e si conclude con l’album dei Tangerine Dream che contiene brevi “descrizioni immaginarie”, tratte dal diario di Kafka, a corredare ciascun brano. The Castle (2013) è diffuso in loop all’interno della Cisterna, dove ci si può sedere su dei pouf immersi in luci malva volutamente oniriche.

Un percorso libero per immergersi nella mente e nel pensiero kafkiano sino ad arrivare ad un punto ben preciso indicato dallo stesso scrittore boemo “Da un certo punto in avanti non c'è più modo di tornare indietro. È quello il punto al quale si deve arrivare.”