Sono l’elefante rosso, vienimi a prendere

Sono l’elefante rosso, vienimi a prendere

Ciao automobilista distratto che guardi la strada dinanzi a te, che ogni tanto lanci uno sguardo agli specchietti e allo smartphone.

Tu sempre connesso, chatti con comandi vocali anche ora che sfrecci sulla litoranea e non ti accorgi di me. Ciao ciclista della domenica imbardato nella tua bella tutina che neanche Vincenzo Nibali sa indossarla bene come te, rapporto alto da velocista sfrecci fuori dalla pista ciclabile che quella è dei podisti. Ciao dico a voi, a tutti voi, staccate per un attimo i vostri occhi dagli schermi dei vostri aggeggi elettronici, guardate di qua verso la campagna, no, non verso il mare. Mi vedete? Sono io l’elefantino dalle lunghe orecchie. Non ho più la proboscide, persa dopo anni di giochi con Vincenzo e Amanda. Loro sì che mi volevano bene, mi abbracciavano e mi riempivano di coccole, mi sentivo amato e anche lusingato dalle loro piccole scaramucce per avermi in esclusiva. Li ho visti crescere io, Vincenzo e Amanda, ho anche raccolto le loro prime confidenze “amorose”  li ho consolati da bambini come da ragazzi per una sgridata o per una storia finita. Io ci sono stato sempre, le mie orecchie larghe, la mia proboscide, il mio pelo caldo e accogliente. Io, l’elefantino. Sapevo che un giorno mi avrebbero messo da parte, speravo in cuor mio, perché io un cuore che palpita ce l’ho per davvero, che mi avrebbero lasciato su una mensola e che di tanto in tanto mi avrebbero guardato con aria commossa ed amorevole. Invece no. Vincenzo mi ha abbandonato quando è partito per Milano per l’Università e quando è tornato a casa per le feste natalizie non mi ha degnato di uno sguardo. Ho cercato in tutti i modi di attirare la sua attenzione ma è stato inutile. Lui non mi vedeva. Amanda è andata via l’anno dopo per studiare lingue a Trieste, mi ha salutato a Natale ma poi anche per lei sono diventato invisibile. Ho resistito anni nella mia casa, ho atteso invano un loro gesto di affetto. Giorno dopo giorno mi imbruttivo a stare lì in attesa di un saluto, di un cenno di una mano, di una carezza, di un sorriso. Niente. La casa diveniva più vuota e infine un giorno degli estranei mi hanno infilato in un sacchetto nero, con altre cose e vecchie cianfrusaglie. Sono finito in un cassonetto della spazzatura, rifiuto indifferenziato. Io. Con la mia proboscide ho aperto il sacchetto cercavo una via di fuga, mi sono fatto strada tra cumuli di sacchi maleodoranti e ho raggiunto la sommità sfioravo il coperchio ho provato a spingerlo su ma i miei sforzi sono stati vani. Ho perso così la mia proboscide, cercando di aprire quel maledetto cassonetto. Poi all’improvviso qualcuno ha tirato su il coperchio, due occhi bianchi come le stelle, ha rovistato e mi ha visto mi ha preso e salvato. Ha giocato con me, poi mi ha lasciato qui su questa strada. Mi ha dato amore mi ha reso felice. Possibile nessuno di voi si fermi ad ascoltarmi? Al di là dalla strada il mare. Se nessuno mi prenderà, stanotte attraverserò questa striscia grigia mi tufferò e cercherò fortuna su un’altra sponda.