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Vieste, inaugurato il museo civico archeologico Michele Petrone

Vieste, inaugurato il museo civico archeologico Michele Petrone

Apre una finestra sulla storia

Fu Michele Petrone, regio ispettore onorario dei monumenti e scavi di antichità di Vieste a trovare i primi reperti risalenti all’Età dei Metalli e all’Età ellenistico-romana, 8 delle 545 iscrizioni messapiche ritrovate in Puglia. Epigrafi in greco antico dedicate a Demetra dea della nascita e della fertilità e poi anfore da trasporto testimonianza della vocazione marinara di Vieste. 

Ritorna alla luce in tutto il suo splendore il passato di Vieste e del Gargano intero con il rinnovato Museo civico archeologico “Michele Petrone” di Vieste, che si inaugura stasera sul sagrato della Parrocchia Santissimo Sacramento, sul Lungomare Amerigo Vespucci di Vieste. 

Dove i reperti raccontano una storia che inizia nel neolitico e testimonia la vita quotidiana dei suoi lavoratori. Il Gargano con le sue diciotto miniere ci parla di un passato in cui era un distretto minerario dove fu scavata la più grande miniera europea della Preistoria, nel territorio di Defensola. Una miniera di selce nella quale sono stati ritrovati vasi in ceramica che servivano ai minatori per trasportare l’acqua e il cibo, picconi e mazzuole per recuperare i noduli di selce e le lucerne, per illuminare le camere e i corridoi bui della miniera. 

Il museo si sviluppa all’interno del complesso conventuale della Beata Vergine degli Angeli, interessando le sale al piano terra prospicienti il piccolo chiostro ed alcune sale del primo piano dell'ex convento dei Cappuccini. Ripercorre la storia di tutto il promontorio pugliese, mostrando un passato, in alcuni casi, rinvenuto solo pochi anni fa, come nel caso del corredo della tomba a semicamera rinvenuta nel 2006 sotto il cortile del Palazzo comunale. Una tomba risalente ad un periodo compreso tra il III e il II secolo a.c. utilizzata per sepolture plurime, dove sono stati recuperati i resti di ventisei persone e il loro corredo funerario.  Tra i tanti reperti recuperati tra la polvere e la terra, il sigillo in cristallo di rocca, con la pregevole incisione di un cane dal profilo slanciato, forse identificabile con il Cirneco dell’Etna, razza molto antica di cane da caccia.

Si scopre una Vieste inedita, probabilmente quell’Uria garganica di cui parlano Plinio il Vecchio e Strabone. Lo testimoniano le oltre 200 iscrizioni votive in greco e latino nella grotta-santuario, individuata nel 1987 sull’isolotto di Sant’Eufemia (che ora ospita il faro di Vieste) che richiamano il culto di Venere, chiamata Sosandra (salvatrice).

E a pochi passi dalla splendida spiaggia di Pizzomunno, sulla scarpata di Ripe Castello tombe e  corredi funebri di un tempo che fu.

Il tempo scorre e arrivano i romani, lasciando traccia di sé nel complesso termale ritrovato su quello che oggi è viale XXIV Maggio e nella necropoli della Salata e Salatella, ritrovata sotto la villa rustica di Santa Maria di Merino.

La storia viene narrata lungo i corridoi e nelle sale del museo in un lento susseguirsi di reperti, in un percorso di conoscenza del nostro passato che affiora dalla terra per risplendere nella luminosità del presente ricordandoci ciò che siamo e ciò che eravamo.

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