Il fruscio degli altri nel Piccolo museo del diario

Il fruscio degli altri nel Piccolo museo del diario

Le parole echeggiano nell’aria raccontando vite mai dimenticate. Una storia intima e privata diventa pagina della storia di un Paese.

 E’ un mosaico il Piccolo museo del diario di Pieve Santo Stefano dove le tessere sono i diari, le memorie, le lettere di oltre 8000 persone che compongono ora una storia collettiva.

“Sono andato nella soffitta di mia zia ed ho preso la chiave della porta. Questa chiave sarà la chiave del mio cuore, adesso mi serve l'altra chiave cioè quella della mente. Forse questo diario lo intitolerò “Le due chiavi” per significare che queste pagine racchiudono in se stesse cose che sono scritte col cuore e con la mente. La cronaca è un lavoro di mente e non di cuore, perciò io preferisco usarla qualche volta di rado. Ad esempio questa è una pagina scritta col cuore, di qui si possono capire i miei sentimenti, il mio carattere e come la penso” scrisse Massimo Bartoletti Stella di San Vittore a 14 anni, nel suo diario, un giorno di aprile del 1965.

Storie archiviate negli infiniti cassetti del museo, che si susseguono uno dopo l’altro seguendo l’idea che nel 2007 ebbe Mario Perrotta quando fu chiamato a raccontare i primi venticinque anni del museo, racconto che diventò un libro, Il paese dei diari.

Tra i tanti c’è poi un lenzuolo da corredo, sul quale Clelia Marchi contadina di Poggio Rusco raccontò la sua vita. Quello lenzuolo in cui non poteva più avvolgersi con l’amato marito è diventato testimone di una delle storie più amate del museo.  “Ne ò passato di tutti i colori, di ogni erbe un fascino: essere felici non è facile, mi sento molto vecchia, ò vissuto sempre in campagna, là mia vita è stata tanto faticosa; e dura; con mio marito ci siamo tanto amati, sono rimasta vedova quasi all'improvviso, mi sento vuota, finita, inutile, passo le mie giornate a piangere, non l'avrei mai pensato, che dopo .50. anni di matrimonio separarci così; tutte le mie tristezze le scrivo di notte, che poco dormo”.

Saliti i sedici gradini del palazzo Pretorio si iniziano a sentire le voci, “il fruscio degli altri” come lo chiamava Saverio Tutino fondatore del museo nel 1984. Anche i suoi diari sono parte integrante dell’archivio. In quelli di guerra, scritti tra il ’44 e il ’46 Tutino scrive “Ci pare strano che qualcuno non ci prenda sul serio completamente. Non tutti capiscono come rende l'uomo serio e maturo, il vedere altri giovani morti e straziati, il combattere contro tutte le avversità, fisicamente, sì, ma sostenuti dalla ragione. [...] non so se tutto questo si chiami sacrificio e sia fede, fede sola. - Che gli uomini imparino – questo vorremmo – dalla nostra fede ad essere fratelli e ad - aiutarsi”.

 

Ph: Luigi Burroni