Taranto, lo splendore del MArTa

Taranto, lo splendore del MArTa

Lo scrigno che custodisce i tesori di Puglia

C’è stato un giorno in cui abbiamo deciso di voler molto male ad una città bella e gloriosa come Taranto e da quel giorno ci siamo accaniti a tal punto da commettere un vilipendio alla bellezza. Abbiamo consciamente deciso di imbruttirla, deturparla, offuscarla. Di dimenticare il suo passato che è anche il nostro. E forse per invidia l’abbiamo sporcata. Oppure banalmente è uscito il suo numero ed è toccato a lei diventar nota per i fumi tossici, per i rifiuti che inquinano l’aria e il sottosuolo. Perché il male è banale. Ed è spesso fatto di inerzia e di ignoranza. Ma Taranto nonostante tutto resta bella e trasuda la gloria del suo passato.

Solo gli occhi volutamente ciechi di chi non vede i fumi e la polvere rossa che si posa su tutta la città, su case, scuole, strade e alberi non riescono a vedere il candore e la lucentezza del MArTa, piccolo fulgido scrigno che custodisce la bellezza di Taranto. Uno splendore che neanche il rosso violento e brutale della polvere che la avvelena, riesce ad offuscare. 

Il MArTa con i suoi lunghi corridoi di marmo e luce passo dopo passo racconta la storia di tutta la Puglia. E ci si ritrova con il naso all’insù per ammirare l’unica tomba al mondo di un atleta olimpico vissuto nel V sec. A.C., si incontrano le sognanti Acroteri fittili, donne alate impegnate nella greca corsa in ginocchio. Si viene abbagliati dalla lucentezza delle 336 monete del tesoretto di Corti Vecchie, tutte realizzate imprimendo in rilievo una effige da un lato della moneta che risulterà incavata nell’altro. Nasce da lì il simbolo della città, Taras figlio di Poseidone salvato dall’annegamento da un delfino.

E vorresti restare lì ad ammirare i mosaici della Roma antica, quando il bello e la cura degli spazi pubblici erano un vanto e le botteghe degli artigiani erano luoghi in cui l’arte era maestra di vita. Per un attimo una smorfia di disappunto ti ricorda che oggi tutto intorno a noi è una lunga gettata di cemento e asfalto. La bruttezza moderna come contraltare della bellezza di quelle migliaia di piccole tessere realizzate con frammenti di marmo, travertino, diaspri, basalto, conchiglie e pasta vitrea per giocare con i colori e realizzare un effetto cromatico sbalorditivo. Nelle sale bianche e luminose del MArTa uno dopo l’altro si susseguono i mosaici di terme e ville patrizie. E poi gli ori di Taranto, un’arte fatta da sapienti mani che non avevano fretta di realizzare una collana o un bracciale, ma avevano cura nel renderle uniche. Al MArTa c’è una collana d’oro, due corolle di petali, una che racchiude l’altra. Ogni petalo è concavo quasi a voler raccogliere l’acqua che lo nutre e la meraviglia si ripete quindici volte. Quindici fiori racchiusi in quindici fiori, ognuno perfettamente identico all’altro e alle due estremità ad assicurare la collana al collo, due foglie stilizzate, e il gioco si ripete con altre foglie al suo interno. Una piccola perfetta meraviglia. 

In quello che era un convento dei frati Alcantarini, modificato e ingrandito nei secoli, si respira la storia ma anche il futuro di Taranto. I marmi bianchi degli ampi saloni, la luce che prepotentemente entra dalle grandi finestre rendono il MArTa il più moderno custode di un tesoro antico. Ci ricorda che c’era un tempo in cui avevamo cura di noi stessi anche attraverso la cura degli oggetti che ci circondavano. Quando la bellezza e la maestria scandivano il tempo nella vita quotidiana. Quando anche degli umili dadi erano frutto di dedizione e premura, e la rappresentazione dei punti che simboleggiano i numeri era l’occasione per lasciare una impronta di se. Basta incidere un punto in un cerchio per rendere unico un oggetto semplice che oggi ci limiteremmo ad acquistare per pochi spiccioli, incuranti della sua fattura, forma, colore e materia. Incuranti e indifferenti alla sua assenza di bellezza.

Piano dopo piano, sala dopo sala, il MArTa racconta una storia che con eleganza ci mostra il debito morale che tutti noi abbiamo nei confronti della città dei due mari che volutamente abbiamo sporcato e vilipeso.

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