Henri Cartier-Bresson, l’occhio del secolo

Henri Cartier-Bresson, l’occhio del secolo

Immortalava un istante rendendolo eterno. Non amava il pettegolezzo né l’ostentazione dell’umana condizione tanto in voga ora.

Ha semplicemente fotografato il mondo intero. In maniera così vera e completa da essere soprannominato “l’occhio del secolo”. Henri Cartier-Bresson è stato il fotografo del Novecento più di chiunque altro. Lui che aveva visto il mondo intero detestava più di ogni cosa “la mia ignoranza” e sognava di avere il talento “di evitare la facilità”.

Entrava in punta di piedi nella vita di chiunque senza salire sul comodo piedistallo del giudizio precostituito. Metteva se stesso in discussione, mai gli altri, che andavano sempre compresi. Ed è per questo che le sue foto raccontano la storia in maniera così vera e cristallina. Non ha mai dimenticato di esaltare l’eleganza di ogni gesto umano, anche il più misero.

“La cosa davvero importante è vivere intensamente” diceva l’uomo che con Robert Capa fondò l’agenzia Magnum, la prima cooperativa di fotografi indipendenti. Scelse per se l’Oriente e lo perlustrò in lungo e in largo con la sua Leica comprata quando aveva 24 anni e mai più abbandonata.

Ha sempre criticato un certo manierismo moderno nella fotografia di svelare l’interiorità delle persone “c’è qualcosa di rivoltante nel fotografare la gente, è come uno stupro, se manca una certa sensibilità, può essere barbaro”. Sensibilità che a lui non mancava e che raggiungeva anche grazie al tempo. Quando Simone de Beauvoir gli chiese quanto tempo ci voleva per scattarle un ritratto, lui rispose “un po’ più che dal dentista, un po’ meno che dallo psicanalista”.

E’ nell’intreccio delle sue parole e delle sue fotografie che si cela l’immenso fotografo. Diceva che il suo stato d’animo era “l’attitudine alla rivolta” e che la sua più grande stravaganza era “l’immaginazione”.

Era un uomo che conosceva gli orrori del mondo, che aveva toccato con mano la povertà e la disperazione, senza perdere il candore infantile e proprio per questo lui era bellezza e poesia. Ci ha regalato il volo di un uomo con ombrello su una pozzanghera in una Parigi che fa da sfondo con la tour Eiffel e una coppia di innamorati che si baciano. La danza delle reti da pesca lanciate dai pescatori in mare. Lo squarcio di un muro e i bambini che tracciano il viale. Ci ha regalato la nostra storia. Stando sempre attento alla verità e alla grazia. Non correggeva mai le sue fotografie che non sono quadri ma istanti di vita. “L’unico modo di correggere una fotografia è azzeccare la successiva, se la realtà lo consente. Bisogna sorprendere la realtà in flagrante delitto”, diceva sempre.