Salvatore Toma, la leggerezza anche della morte

Salvatore Toma, la leggerezza anche della morte

Sono versi dolorosi, struggenti, a volte melanconicamente ironici quelli di Salvatore Toma, poeta di Maglie, morto troppo giovane, a 35 anni

ma che ha lasciato un segno nella poesia del Novecento. È  stata la filologa Maria Corti a restituire ai lettori un’antologia del poeta salentino nel 1999 con ‘Il Canzoniere della morte’ edito da Einaudi, collana bianca. La mia copia ingiallita dall’umidità e dal tempo di quella prima edizione mi restituisce le parole della Corti: “non sempre capito nel suo ambiente e spesso dimenticato da amici e ammiratori geograficamente lontani, fra i quali con una punta di rimorso pongo anche me stessa, ebbe qualche illustre modello salentino, quale soprattutto il poeta Bodini, e alcuni poeti europei, messi in luce in un ottimo saggio dedicato a Toma dal critico Oreste Macrí. A costoro Toma affiancò un proprio puro primitivismo linguistico con impasti furiosi di colloquialità, ironica e violenta. Al proposito Macrí  parla di ‘un formalismo del contenuto, la falsa sciatteria, lo strofismo a ruota libera’. Va detto che la poesia di Toma, proprio per la solitudine esistenziale e in parte culturale dell’autore, pensoso non fra uomini, ma fra rocce marine del Salento, capodogli, falchi e civette, appare assai originale e fresca nel contesto italiano odierno”.

E lo è tuttora. Salvatore Toma, ha nei suoi versi una ribellione che oggi sarebbe ancor più comprensibile. I suoi richiami alla morte, e cosa si può pensare se non a questo nella profondità del mare che azzurro circonda il Salento, a cosa si può pensare nelle torride giornate estive quando il canto di cicale è talmente assordante, sono inno alla vita. La morte e tutto ciò che rappresenta diviene leggera, comprensibile, amabile, come i versi e la scrittura di estraniante bellezza. Leggendo Toma non si può che lasciarsi rapire dalla ferocia delicata delle sue parole, dalla scure con cui taglia i versi in una continua dissecazione dei sentimenti umani. E poi c’è il poeta, bisogno esistenziale di scrivere, sofferenza quasi in questa necessità di portare sul foglio i groviglio di pensieri, le immagini, i sogni e gli incubi, tutto con una straripante sincerità priva di ogni mediazione anche linguistica.

Salvatore Toma, che nasce a Maglie nel 1951 e muore nel 1987, ha attraversato se stesso attraverso le parole che oggi tornano a noi come definitive, insindacabili, autentiche. Un ritmo battente, primitivo, che percuote l’animo del lettore e dopo averlo dilaniato, resta la consapevolezza di un leggero sorriso. Occorre leggere Toma, sempre.