Fabio Magnasciutti, poesia, leggerezza e ironia

Fabio Magnasciutti, poesia, leggerezza e ironia

Una O dice ad una H “Amo i tuoi silenzi e tutto ciò che mi fai avere”.

Basterebbe questa vignetta per racchiudere la poesia, la leggerezza, l’intelligenza e l’ironia di Fabio Magnasciutti, illustratore capace di disegnare un grande papavero rosso che chiede ad uno più piccolo “Come ti chiami? non ricordo” e fa rispondere al piccolo “Memoria”, pubblicando la vignetta il 2 agosto, anniversario della strage di Bologna. 

Fabio Magnasciutti disegna moltissimo, sempre. Ha raggiunto il grande pubblico con le sue vignette su Instagram, ma egual poesia e bellezza si ritrova nei ritratti che ha dipinto: Freddy Mercury, Giorgio De Chirico, Salvador Dalì, John Fante, Billie Holiday, Alda Merini, Anna Magnani, Lucio Dalla, Giuseppe Ungaretti, René Magritte. Tutte scelte che tracciano una sottile linea che congiunge e delinea meglio i contorni di questo artista dal tocco lieve. 

I suoi punti di riferimento sono moltissimi “perché ho divorato molto dal fumetto all’arte, e tutti sono stati importanti per motivi differenti. Per il linguaggio dell’illustrazione ho attinto sin da quando sono piccolo al linguaggio surrealista. Magritte su tutti è stato una fonte di ispirazione importante perché è uno di quelli che meglio ha codificato il linguaggio surrealista. Tanto è vero che è stato saccheggiato ad oltranza, anche da me. Da un punto di vista del segno direi molti della secessione, come Schiele a cui ho voluto bene, molto bene. Ferenc Pinter è l’illustratore a cui ho fatto più riferimento dal punto di vista tecnico, soprattutto per quanto riguarda la scansione luci-ombre, mi ha aiutato moltissimo, copiandolo molto. Infine da un punto di vista non visivo, su tutti troneggia Gianni Rodari per me è stato fondamentale perché ho imparato a leggere su di lui, che  significa imparare a leggere in maniera laterale. Difficilmente lui affrontava le questioni in maniera frontale e quindi mi ci sento molto vicino. Parlare di qualcosa senza citarlo mai”.

Disegna, disegna, abbozza, crea luce partendo dall’ombra e realizza piccoli capolavori. Un gommone pieno di migranti e uno di loro che dice “Avete qualcosa per il mar di male?”.

Come il suo maestro putativo dice senza dire, arriva al fondo di ogni questione con una ironia piena di grazia.  

E vien da chiedersi come faccia, ogni giorno a far sbocciare un fiore. 

Questa urgenza di svuotarsi, di far venir fuori quello che danza nella sua mente, viene placata dalle vignette “sono fatte in minuti, cinque, dieci minuti da quando vengono concepite a quando vengono realizzate. Me ne devo liberare immediatamente altrimenti poi non mi piacciono più”. Ma l’amore vero è per l’acrilico “fatto con i pennelli veri e con i colori veri, è materico è tattile ha molto a che fare con i sensi. Le tecniche digitali sono abbastanza monche, quanto meno manca il tatto e l’olfatto che sono importanti, il vetro non restituisce niente di questo”. Anche il tempo gioca un ruolo diverso, i dieci minuti di una vignetta sono “il tempo che mediamente ci vuole per apparecchiare il tavolo, tirar fuori la tavolozza, svitare i tubetti”.

Disegno e parola vanno di pari passo, nessuno è sottoposto all’altro. Nascono “spesso contemporaneamente, a volte prima il disegno altre, la parola. Sono un illustratore più o meno da sempre, da quasi trent’anni. Ho sempre avuto una attenzione per la parola, saranno forse una decina d’anni che ho iniziato a lavorare sulla vignetta, cioè sull’unione della parola e del disegno, ma era qualcosa che frullava già da tantissimo tempo, ho solo trovato l’occasione di farlo. E’ un linguaggio con cui mi sono trovato bene, mi divertiva farlo e da li ho incominciato a farne anche troppe”.

La grazia e la delicatezza dei suoi disegni rivivono nelle sue parole, sospinte da quella leggerezza calviniana planano sulle cose senza macigni sul cuore. Una leggerezza che si contrappone alla violenza e alla volgarità della parola odierna “Inconsciamente sicuramente lo è, non faccio mai molti piani, non decido mai a tavolino quale linguaggio utilizzare. E’ il mio. Sicuramente le persone che urlano non mi sono mai piaciute, l’aggressività non mi è mai piaciuta. A livello di satira non gradisco molto, pur rispettandoli, gli autori che affrontano in modo aggressivo le questioni, non mi piace assolutamente, questo lo affermo con fierezza, gli autori che denigrano l’oggetto in questione soprattutto da un punto di vista fisico e spessissimo questo accade”.

Plana Magnasciutti quando disegna un girasole che guarda una lucciola e lei che dice “temo che tu mi stia sopravvalutando” e noi voliamo aspettando il prossimo disegno. 

Lo abbiamo incontrato al festival Lector in fabula, dove ai ragazzi che hanno partecipato ai tuoi tre workshop ha insegnato a cimentarsi con il tema dell’assenza. Per farlo ha scelto Samuel Beckett, e Aspettando Godot che “è stata un’opera fondamentale per me, quando l’ho incontrata prima in giovanissima età non ho capito niente se non la grande assenza che campeggia su tutto, ho preso spunto, è stato un pretesto per far affrontare alle ragazze che frequentano questo corso il tema dell’assenza perché la tecnica che presento è una tecnica a togliere, non disegni ma ricavi luce dall’ombra. Grattage, si parte da una superficie nera togli e ottieni la luce che è esattamente l’inverso che disegnare. E’ una cosa che faccio da moltissimo tempo perché sono rimasto folgorato dalle immagini che ho visto in gioventù. Tendo sempre a partire dall’ombra, anche con le vignette faccio questo. Realizzo delle sagome nere e poi ne ricavo la luce e le rifinisco successivamente facendo il fondo quasi bianco che può sembrare accessorio, invece in realtà è ciò che definisce definitivamente il profilo e  la plasticità degli oggetti che rappresento e proprio la parte a cui non vedo l’ora di arrivare, che è quella che mi da più soddisfazione, fisicamente proprio”.

Disegna, dipinge, suona, scrive come se il suo fiume in piena non dovesse svuotarsi mai. Ma come nasce l’ispirazione? 

“L’ispirazione mediamente mi arriva addosso”.