Pablo Neruda, una vita di poesia

Pablo Neruda, una vita di poesia

Ricardo era un uomo in grado di toccare con le sue poesie l’animo umano,  Eliécer era un fervente attivista politico che ha combattuto per le sue idee sino allo stremo e Neftali amava le donne, tutte le donne, senza confini sociali o di età.

Tre uomini che hanno vissuto in uno solo, Pablo Neruda. Un predestinato, che aveva come insegnante di scuola Gabriela Mistral, Nobel per la Letteratura. L’uomo del “T'amo come si amano certe cose oscure, segretamente entro l'ombra e l’anima…t'amo senza sapere come, né quando, né da dove…così ti amo perché non so amare altrimenti che così, in questo modo in cui non sono e non sei.”

A tredici anni pubblica sul giornale locale il suo primo articolo dal titolo profetico “Entusiasmo e perseveranza”. Proprio come la sua vita, eccessiva, piena e sempre schierata. Neruda era pieno, nel corpo, nell’anima e nella mente. Non aveva vuoti in cui lasciar svanire comodamente le sue prese di posizioni, anche quando il prezzo da pagare era altissimo. Nulla in Neruda è stato comodo. Era scomodo al Governo di Vileda che firmò personalmente l’ordine di cattura per l’uomo più amato del Cile, quando osò nominare uno per uno i minatori del Bio-Bio incarcerati nei campi di concentramento per aver scioperato, davanti ad un Senato corrotto e lontano dai bisogni del suo popolo. Furono oltremodo scomodi i tredici mesi che trascorse fuggendo dai militari, nascondendosi in rifugi di fortuna, attraversò a piedi le Ande. Traversata che rivive ancora oggi nel suo discorso di accettazione del Nobel per la Letteratura “…Avanzavamo tutti assorti in quella solitudine sconfinata, in quel silenzio verde e bianco, tra gli alberi, i grandi rampicanti, l’humus depositatosi nei secoli, i tronchi semi abbattuti che all’improvviso si trasformavano in un’ulteriore barriera sul nostro cammino. Tutto era natura stupefacente e segreta e, al contempo, crescente minaccia di freddo, neve, persecuzione. Tutto si mescolava: la solitudine, il pericolo, il silenzio e l’urgenza della mia missione.”

Tutto è stato poesia nella sua vita, la bellezza e gli orrori, perché solo con la poesia sapeva raccontare la vita.

Era Malva il nome che aveva scelto per la sua unica figlia, morta troppo presto a soli 8 anni, e per lei scrisse “Come una gran tempesta noi scuotemmo l’albero della vita fino alle più occulte fibre delle radici ed ora appari cantando nel fogliame, sul più alto ramo che con te raggiungemmo”. 

Amò le donne, tante, troppe, tutte. Ne sposò tre, una banchiera, un’attivista e una cantante. Per loro scriveva poesie, lettere su fogli di quaderno, tovaglioli, carta intestata, ovunque, ma sempre con la sua penna ad inchiostro verde. Per loro scrisse “Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca…Sei come la notte, silenziosa e costellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice”.

Tutto gli è stato perdonato, le sue parole l’hanno reso un Dio in terra, era osannato, dalle donne, dalla gente comune, dagli amici artisti e anche dai suoi compagni comunisti che si ritrovarono nelle parole scritte per il partito “Mi hai reso nemico del malvagio e muro contro il folle. Mi hai fatto vedere la chiarezza del mondo e la possibilità della gioia. Mi hai reso indistruttibile perché con te non finisco in me stesso”. Tutti pendevano dalle sue labbra, tutti aspettavano un verso, quattro parole una dopo l’altra, scritte da Pablo, eroe degli oppressi, uomo dagli insaziabili appetiti, che alle donne diceva tutto di sé nei suoi versi “Se saprai starmi vicino, e potremo essere diversi, se il sole illuminerà entrambi senza che le nostre ombre si sovrappongano, se riusciremo ad essere ‘noi’ in mezzo al mondo e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere. Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo e non il ricordo di come eravamo, se sapremo darci l’un l’altro senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo se il tuo corpo canterà con il mio perchè insieme è gioia…Allora sarà amore e non sarà stato vano aspettarsi tanto”.

E’ morto forse di cancro, forse assassinato per volontà di Pinochet che per ultimo sfregio, al suo funerale mandò i militari con i mitra spianati sulla gente. Perché neanche da morto Neruda era innocuo. Amico di Allende, non nascose mai il suo disprezzo per il regime del generale. Nonostante ciò erano tutti in strada a salutare Pablo Neruda, il più grande poeta cileno, che sapeva già come sarebbe andata a finire, lui che scrisse “Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera.”