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Le mie radici in cielo

Le mie radici in cielo

Nel maggio del 1940 durante i Littorali femminili della cultura e dell’arte  a Bologna, Anna Maria Ortese incontra Marta Maria Pezzoli.

Mattia per gli amici, studentessa di Lettere. Diventano amiche, sorelle, almeno per quattro anni. Si scrivono lunghe lettere “Non ho sete che di gioia, di luce, d’amore. E tutto questo non c’è, tra le carte. Scrivere è uguale al canto raccolto e disperato del mare, nelle insenature segrete. È il rifugio triste, non è la vita. Vorrei essere dove tutti voi siete” scrive Ortese da Napoli. Non aveva ancora scritto il suo libro, manifesto di generazioni a venire. Erano i tempi in cui ammirava Katherine Mansfield “dio di pace di bontà” e disprezzava Alba de Céspedes “mi fa stizza e confusa gelosia”. I tempi dell’amore non corrisposto per il poeta Alfonso Gatto, per lei, come una nuvola, turbolento. Conosciuto ai tempi della rivista L’Italia letteraria, un amore di cui scrisse “Io sono come un albero che vuole mettere in cielo le sue radici. Povero albero, solo la terra è per esso. Di questo credo io soffro”. Cercava pace in una nuvola ma voleva essere un sole. 

“Mattìa, sentivo il desiderio assillante di trasformarmi improvvisamente in onda, in musica, in armonia; abbandonare questo corpo monotono e insignificante, raggiungere e sparire nell’Immenso. Essere ‘figlia del sole’, quante volte l’ho desiderato anch’io. Ma questo presuppone tutto uno stile, una sicurezza, una forza che io non ho. Debole e incerta come una schiava, sono; come una fontana, che, solo quando passa il vento, si agita e scintilla; e poi mormora umile a terra”.

Le lettere finiscono e di quei turbamenti poco si sa, ma lei si fortifica, diventa Anna Maria Ortese che con tutto l’amore di cui è capace toglie il mare a Napoli, regalando a tutti quelli che verranno dopo di lei il manifesto di una generazione oggi perduta. Tra le pagine c’è sempre lei che ha scelto la visione alla misura, anche quando ribadisce la necessità de “L’indipendenza della cultura proclamata indispensabile, il diritto della cultura a sorvegliare lo Stato, qualsiasi Stato, a contenerlo invece che esserne contenuta”.

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