Lei, Lui, George Sand

Lei, Lui, George Sand

Bisognava conoscerla come l'ho conosciuta io, per sapere tutto ciò che c'era di femminile nel cuore di questo grande uomo.

 Gustave Flaubert riuscì in una manciata di parole a definire George Sand. Una donna e un uomo insieme, nel pensiero, nelle scelte, negli amori, nell’utilizzo del potere e persino nei vestiti.

George Sand diventa se stessa nell’aprile del 1832 quando decide di pubblicare il suo secondo libro Indiana con lo pseudonimo di G. Sand. Lo fa per ragioni pratiche, aggirando le regole sociali che vogliono la letteratura femminile relegata in secondo ordine. 

Prima era stata Amandine Aurore Lucile Dupin erede di una nobile famiglia, nipote di una nonna ricchissima che abbracciava le idee di Jean-Jacques Rousseau. Quando a 14 anni entrò in convento ci entrò “senza paura, senza rimpianti e senza ripugnanza”, ma fu espulsa dopo aver istituito e capeggiato la “combriccola delle bambine cattive”. Pensò di voler prendere i voti ma fu solo un attimo. Non sposò Dio del quale disse in seguito “Preferisco credere che Dio non esista piuttosto che credere che sia indifferente”. Sposò senza amore né passione un nobile rampante Casmir Dudevant che amava la caccia più di quanto non amasse lei. Ma l’abito nuziale le andava stretto, si slegò i lacci, strappò via dalla sua vita i merletti per essere finalmente libera.

Parigi fu la sua casa e il giornalista Jules Sandeau il suo nuovo giovane amante. Insieme scrissero a quattro mani sotto pseudonimo, ma il passo successivo fu smarcarsi da quelle mani di troppo sui suoi scritti e far nascere George Sand.

Sin da piccola vestiva da uomo, più comodo e semplice salire sugli alberi, cavalcare. La libertà, anche negli indumenti, fu il suo unico credo. Crescendo continuò a farlo per sfidare le convezioni sociali e il conformismo. Dopo aver letto Lelià, il poeta Alfred de Musset le scrisse una lettera confessandole il suo amore per lei. Partirono insieme per un viaggio in Italia, prima Genova, poi Venezia. Sand si ammalò, lui per consolarsi andava a prostitute. Cercò anche lei una consolazione, tra le braccia di Pietro Pagello, il medico che la stava curando e che poi curò de Musset quando fu il suo turno di rimanere a letto. Nessuna convenzione, nessuna regola sociale, George Sand dava ascolto solo al suo cuore e così tornò a Parigi con Pagello, e quando il medico si stancò del tenore licenzioso delle amicizie di lei, lui fece ritorno a casa, lei riaccolse tra le sue braccia de Musset. Su tutto questo andirivieni anni dopo scrisse un libro Lei e lui. Rimaneva il legaccio, seppure formale, di un matrimonio, che decise di recidere. Si affidò all’avvocato Michel de Bourges, sia per la causa che in seguito per il suo diletto. Ne seguirono altri e altre, tra i tanti Chopin per il quale nutriva una “sorta di adorazione materna”.

Gli amori andavano e venivano, restavano i libri, tantissimi. Ne ha scritti più di qualunque altra scrittrice: 143 tra romanzi e racconti, 49 scritti, 24 commedie, 31 opere teatrali. Rivendicava i diritti dell’anima e credeva che una rinascita della società potesse avvenire solo attraverso un ritorno alla cultura popolare. A 44 smise di scrivere, in Francia c’era la rivoluzione e lei ne era una musa. “Sono una specie di uomo di Stato” diceva di sé. Aveva libero accesso al governo provvisorio, dispensava nomi per incarichi e poltrone “sono io che decido tutto” tuonava imperiosa.

Il socialismo era il suo credo “Sono comunista così come si era cristiani nell’anno 50 della nostra era. Il comunismo è per me l’ideale delle società in progresso, la religione che vivrà tra qualche secolo. Non posso dunque aggrapparmi a nessuna delle formule di comunismo attuali, perché esse sono tutte piuttosto dittatoriali e credono di potersi affermare senza il concorso dei costumi, delle abitudini, delle convinzioni. Nessuna religione si stabilisce con la forza”.

Mazzini le chiese di scrivere un libro sulla Giovine Italia, lei rifiutò per onestà intellettuale “riesco a scrivere solo le cose che ho vissuto e ho sentito” gli dirà, fedele su tutto alle sue parole, sempre inesorabilmente vere.

Criticò la Chiesa cattolica rea di voler imporre i suoi dogmi attentando alle libertà individuali e la Chiesa rispose mettendo all’indice tutti i suoi libri.

Si batté per l’emancipazione femminile indicando nei diritti attribuiti dal matrimonio al marito, la causa di tutti i mali per le donne. “Essendo la donna sotto la tutela e nella dipendenza dell'uomo nel matrimonio, è assolutamente impossibile che presenti garanzie d'indipendenza politica, a meno di spezzare individualmente e nel disprezzo di tutte le leggi e dei costumi, questa tutela che i costumi e le leggi consacrano. Dirò tutto il mio pensiero su questo famoso affrancamento della donna di cui si è tanto parlato in questi anni. Credo sia facile e immediatamente realizzabile, nella misura in cui lo comporta lo stato dei nostri costumi. Consiste semplicemente nel ridare alla donna i diritti civili che solo il matrimonio le sottrae, che il celibato solo le conserva: errore detestabile della nostra legislazione che pone effettivamente la donna nella cupida dipendenza dell'uomo, e che fa del matrimonio una condizione d'eterna minorità”. Per questo ai membri del Comitato centrale della Rivoluzione del ’48, non chiese per le donne il diritto di voto, ma i diritti civili negati dal matrimonio. Diritti, quelli maschili “selvaggi, atroci, anti-umani”.

Il suo pensiero è ovunque, nei suoi articoli, nelle sue lettere e nei suoi scritti. Ad una delle sue protagoniste, Edmée fa dire “le donne non contano in campo sociale e neanche in quello morale! Lo giuro …solleverò la donna dalla sua abiezione, nella mia persona e nei miei scritti. Dio mi aiuterà”.

Le cose non vanno come lei spera. Il popolo sceglie Bonaparte. Cresce in lei la sfiducia e si allontana dall’arena che tanto l’aveva infervorata. “Mi sarebbe impossibile sotto i colpi degli avvenimenti fare qualcosa che avesse il colore delle mie idee senza una libertà completa. Scrivo qualcosa che avrei potuto concepire un anno fa” e così pubblica La petite Fadette, un misto di nostalgia per la rivoluzione perduta e per il mondo rurale che si andava spegnendo.

Si dedica ai libri e all’amore. Progetta di sposare Flaubert, lei unica donna invitata alle cene dissolute degli intellettuali, si presenta vestita di rosa pesca, invito esplicito per l’autore di Madame Bovary. Come amanti non si troveranno mai, ma saranno amici per tutta la vita. Lei in risposta al capolavoro di lui scrisse Le dernier amour  “Tenevo il mondo e il mio cuore nel palmo delle mani, ero forte come Dio e felice come l’infinito”.

Per Dostoevskij la sua grande lezione è stata la liberazione dell’individuo, Tourgueniev di lei disse “è una delle nostre sante”, Henry James le dedicò nove articoli chiamandola “la sorella di Goethe” e Walt Whitman definì Consueloun capolavoro”.

Non fu amata da tutti, alcuni detestarono la sua libertà giudicata eccessiva, il successo, i suoi pantaloni, la pipa, i troppi uomini avuti. Ma anche nelle critiche era racchiusa la sua indiscussa grandezza. 

“Essa è un maschio, è artista, è grande, generosa, devota, casta; ha l'aspetto maschile: ergo, non è donna”. Disse Honoré de Balzac, troppo  infastidito da tante virtù in una donna, da negare l’ovvio.