Juliette Gréco e Miles Davis, l’amore impossibile

Juliette Gréco e Miles Davis, l’amore impossibile

Lui era il futuro della musica jazz, lei aveva preso parte alla Resistenza, fu internata a Fresnes e ora frequentava l’avanguardia francese.

Si incontrano a Parigi e come in ogni perfetta storia d’amore si innamorano di un amore che durerà tutta la vita.

Lei è la voce di Francia Juliette Gréco, lui l’immenso Miles Davis.

Si incontrano all’hotel La Louisiane, la versione francese dello Chateau Marmont losangelino, un albergo in cui hanno soggiornato Ernest Hemingway, Jim Morrison, Keith Haring, Lester Young, Henri Miller, Jean-Paul Belmondo, Antoine de Saint Exupery.

“C’era la bellezza dell’uomo. L’estrema bellezza e il genio. La forza e la stranezza, la differenza e la modernità di quello che suonava, di quello che era. Ero letteralmente frastornata alla sua vista. Quel profilo di Dio egiziano. Avevo 20 anni, ero appena uscita dalla guerra, e nella sua musica ci sentivo la libertà...Ci amavano e condividevamo tutto. Andavamo nei ristoranti in cui potevamo pagarci la cena. Eravamo un po’ poveri. Ma avevo la sensazione di essere me stessa, detto semplicemente. Penso che lui fosse sorpreso dalla mia libertà e dal mio totale disinteresse sul colore della sua pelle” disse lei di lui.

Lui di lei scriverà “La musica era tutta la mia vita prima di conoscere Juliette. Lei mi ha fatto capire cosa si prova ad amare qualcun altro, oltre alla musica”.

Davis era a Parigi per il Paris Jazz Festival con il suo quartetto, Gréco ancora non cantava ma bazzicava il Bar Vert e ballava a Le Tabou. E’ il 1949 dopo pochi mesi su invito di Sartre, che di lei disse “Gréco ha un milione di poesie nella sua voce”, inizierà a cantare.

Si esibisce per la prima volta a Le boeuf sul le toit, il cafè parigino in cui si incontravano intellettuali ed artisti che avevano eletto Parigi come loro residenza. Juliette Gréco arriva al locale in compagnia di Raymond Queneau, Albert Camus e Jean Cocteau, sale sul palco, Boris Vian la accompagna al piano, e intona la sua prima canzone, sui versi della poesia di Jacques Prévert Le foglie morte con la sua voce nata dal silenzio canta “vorrei tanto che anche tu ricordassi i giorni felici del nostro amore. Com’era più bella la vita e com’era più bruciante il sole. Le foglie morte cadono a mucchi… Vedi: non ho dimenticato. Le foglie morte cadono a mucchi come i ricordi, e i rimpianti e il vento del nord porta via tutto nella più fredda notte che dimentica”  e lui è lì e la ascolta. L’amore fra i due fu una deflagrazione.

Diversi sino all’inverosimile, scontroso, riottoso, silenzioso sino al mutismo e geniale come pochi altri lui, forte, anticonformista, ribelle e bohémienne lei.

Davis aveva solo 23 anni ma in lui c’era già il seme di quello che sarebbe diventato. John Coltrane una volta disse “Io ho vissuto per molto tempo nell'oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio... Credo che sia stato con Miles Davis, nel 1955, che ho cominciato a rendermi conto che avrei potuto fare qualcosa di più”.

Si amano di un amore vero e profondo, Davis disse “Juliette è probabilmente la prima donna che io ho amato come un essere umano uguale ... era aprile a Parigi. Sì, ed ero innamorato”.

Nonostante l’amore lui non può restare in Francia, La musica spinge, preme dentro di lui, vuole tornare in America, dove lo aspettano le sue jam session con Thelonious Monk, John Coltrane e Louis Armstrong e poi, con quel sarcasmo che l’ha sempre contraddistinto disse “In Europa apprezzano tutto quello che fai. Gli errori e tutto il resto. È un po’ troppo per me.”

Si separarono, lui tornò negli Stati Uniti lei diventò la più grande cantante francese, insieme ad Edith Piaf. Volò a New York, doveva esibirsi al Waldorf Astoria. Ad attenderla la suite più bella, fiori e omaggi per la grande cantante francese, un’accoglienza degna di una moderna principessa. Almeno sino a sera quando Davis la raggiunse per la cena. Bastò quella scena, una donna bianca al tavolo con un uomo di colore, per scatenare l’inferno. Attesero due ore prima di essere serviti e i piatti gli furono quasi scaraventati in faccia, furono bollati come la puttana e il suo negro.

“Non voglio mai più vederti qui, in un paese in cui la nostra relazione è impossibile” disse Davis. Lui ancora una volta la lasciò. “Io ero bianca e lui nero. Negli Stati Uniti, dove la segregazione era ancora estremamente violenta, ci avrebbero perseguitato, era una unione impossibile. Saremmo stati infelici entrambi”.

Ma non si persero mai di vista. Nel 1956 si rividero a Parigi, lei lo perdonò e tornarono a vivere insieme in una Parigi più liberale della bigotta America. Frequentavano i locali della rive gauche insieme a Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Quando Sartre, amico di entrambi, gli chiese: “Perché non sposa Juliette Gréco?” Miles Davis risponde: “Perché l’amo”.

Andò avanti così per tutta la vita questo amore impossibile eppure vero. Lui nel mezzo era impegnato a diventare il più grande jazzista vivente, perfezionista, mai pago di se stesso. Quando scrisse Kind of Blue era insoddisfatto “non era ciò che volevo” disse di quell’album che ad oggi è il disco jazz più venduto di sempre.

Un capolavoro assoluto di cui il batterista Jimmy Cobb disse “Questo album dev’essere stato fatto in paradiso”.

Si rividero un’ultima volta a Parigi, lui la raggiunse nella sua casa di rue d’Alésia. Parlarono per ore, risero insieme, lui le fece i complimenti per il suo sedere “che riconoscerei ovunque”. Poi va via. Pochi mesi dopo morì. Lei continua a cantare per altri 24 anni. Abbandona le scene con un ultimo disco che intitolerà: Merci.