Simonetta Candido, le infinite trame di un filo

Simonetta Candido, le infinite trame di un filo

Una sottile linea di penna su carta millimetrata, geometrie in armonia, disegni su cui imbastire le trame. Da qui parte il lavoro di Simonetta.

Nella mente abituata al silenzio prendono forma le idee, danzano piccoli tratti, schemi da riprodurre su carta oleata. E poi ago 9 per il classico punto che non è rinascimento ma affonda le sue radici nel tardo 1700, Punto Ago. Lo ricorda Simonetta con luoghi e date di chi questa arte ha introdotto in Salento. Lei l’ha appresa dalla nonna, paterna. “Mia nonna, nata nel 1914, era contadina, ma qui in questa piccola città, Maglie, in quei tempi, tutte le ragazze andavano dalla ‘mescia’ ad imparare, il ricamo, il chiacchierino, l’uncinetto. Mia nonna amava il punto ago, era bravissima. E lei lo ha insegnato a me, quando avevo appena sei anni. Ho iniziato allora, non ho più smesso. Coltivo la mia passione giorno dopo giorno”. Se le chiedi quante ore dedica alle sue creazioni risponde che il tempo non basta mai. Perché pur non vivendo di questa passione è linfa per anima e spirito.

Sul tavolo orecchini, campanelle, bracciali, collane, il punto ago regna sovrano anche tra i cuscini sul divano. Se qualcuno le commissiona dei piccoli lavori, lei, Simonetta Candido, ci mette amore in ogni creazione. Nella sua casa, trionfo di centri, tovaglie e cuscini, anche le vetrine della credenza hanno sui ripiani tessiture contraltare al luccichio dei cristalli, Simonetta ci accoglie, dove la dimora è anche laboratorio, luogo in cui sviluppare nuove trame, nuovi temi. Sfoglia le riviste con le sue citazioni e orgogliosa mostra i suoi premi. Riconoscimenti al lavoro e all’originalità di una tecnica che è tradizione e volontà. Premi alla creatività che richiede coraggio, dice Simonetta. Il coraggio di perseverare, di resistere come barche in mare in tempesta.

Dietro la porta di casa Simonetta lavora, crea, immagina, concretizza, dà voce al silenzio, quello che resta muto oltre le pareti, sovrasta il vociare, quello inutile, di chi vive dietro le tapparelle.