Tris d’assi, scala reale

Tris d’assi, scala reale

Colore tutto rosso, Q, 10, 8, 6 e 3 di cuori. Paul vince, si continua. Quattro J e un 6 di cuori, sbanca tutto. 

“Vieni, che ti do la tua parte”, dice Paul Newman, “No, me la giocherei subito” gli risponde Robert Redford che dopo una stangata memorabile, non ha placato la sua sete di bluff e vendetta.

Lui che è l’asso di cuori in quel mazzo di 52 carte che racconta sfide eterne da undici secoli. 

Un passatempo, un gioco, un legame che dura tutta la vita tra due persone abituate all’appuntamento quotidiano, che sia poker o una semplice briscola. La presa è buona nonostante il liscio rifilato dall’eterno avversario. Domani si rigioca, stessa ora stesso tavolo. Si vince una gloria che dura 24 ore.

Dietro quelle 52 carte, 40 nella versione italiana, ci sono storie che partono dai romani. Non furono loro a inventarle, (nacquero in Cina nel X secolo) né a portarle in Europa (furono i Mamelucchi egiziani), ma i romani si sa, sono conquistatori, prendono e rimodellano a loro uso e costume. I tre originari semi divennero quattro e a contraddistinguerli furono i disegni impressi sui lingotti romani: sole, spada, bastone e coppe. Nel loro essere imperanti più di chiunque altro nella storia, hanno anche deciso che un 1 si chiamasse asso, proprio come le loro monete.  

Le prese si susseguono, i bluff, gli scarti in attesa della carta vincente e poi arrivano gli occhi di Bette Davis che contavano le carte, ricordavano prese e scarti senza ombra di affanno, preannunciavano vittoria in quello scopone scientifico che si ripeteva di anno in anno. Nella sua lussuosa villa romana affacciata sulla baraccopoli dove vivevano i suoi due avversari, Silvana Mangano e Alberto Sordi che in quel gioco riponevano sogni di riscatto per tutta la famiglia. Ma la vittoria era tutta lì, nella distanza tra il passatempo di una anziana ricca donna annoiata dalla vita e una questione di vita o di morte.

Chissà quanto sarebbe stata disposta a pagare per avere tra le mani il più antico mazzo di carte europeo, Italia 2, del 1390 oggi conservato nel museo Fournier de Naipes di Vitoria.

C’è il conte Prospero alias Vittorio De Sica che perde, perde, perde ogni cosa, anche i vestiti che ha indosso contro un bambino di soli 8 anni che lo sconfigge a scopa, giorno dopo giorno. Per Gennarino era solo un gioco che vinceva sempre, ignaro di avere tra le mani quattro re tra i re: Davide, Alessandro Magno, Giulio Cesare e Carlo Magno, per volontà dei celeberrimi produttori di Rouen, che scelsero la crème de la crème tra regnanti e condottieri per abbellire le loro carte. 

Nel paniere delle regine scelsero: Pallade Atena, la madre di Giuseppe,  Rachele, Argine e Giuditta e tra i fanti il prode Ettore, Giuda Maccabeo che guidò la ribellione degli ebrei contro il re Antioco IV e  direttamente dalla tavola rotonda di Re Artù, il migliore tra i suoi cavalieri, Lancillotto. Guai a non prendere seriamente le carte da gioco.

Neanche durante la Rivoluzione francese furono considerate un banale passatempo, il popolo insorgeva contro la nobiltà, tra pane e croissant vinsero le carte più piccole. La lotta di classe tra un asso e un re, fu vinta dal primo.

Agli algidi e pragmatici inglesi lungi dal dimostrare una qualsivoglia propensione al divertimento, non sfuggì il giro d’affari legato alla produzione delle carte, si deve a loro quell’asso di picche così grande, simbolo di una tassa pagata. 

Con quelle 52 carte in mano i giochi sono infiniti e i giocatori mettono in scena un delitto in quattro atti. Tra i tanti resta lui, con quegli occhi di ghiaccio, la scintilla perenne a illuminarli, lo sguardo beffardo, il sorriso di chi sa che ti ha già vinta, a chiudere la partita. 

“A volta basta la mossa sbagliata al momento giusto”, dice Steve McQueen, il miglior giocatore di poker di New Orleans in Cincinnati Kid. Parla di carte, ma tu aspetti vinta come una preda in un angolo, quelle mosse sbagliate, assolutamente giuste se fatte da lui.