Gianni Minà si racconta a Bari

Gianni Minà si racconta a Bari

La storia del giornalismo italiano

Una cena in una trattoria trasteverina, tra due amici, altri tre che si aggiungono al tavolo per caso. Una telefonata che segue l’altra e tutti che si danno appuntamento da Checco Il Carrettiere. Una cena come tante se non fosse che i cinque amici si chiamano Gianni Minà, Muhammad Alì, Robert De Niro, Sergio Leone e Gabriel Garcia Marquez. Leone e De Niro erano a Roma per girare C’era una volta in America. Marquez doveva incontrarli ma quando hanno saputo che a Roma c’era Muhammad Alì vollero tutti raggiungere Minà alla cena con il re del mondo.

E’ solo uno dei tanti ricordi di vita vissuta che l’ideatore di Blitz e de L’Altra domenica, a Bari per il Bif&est, ha raccontato ad una platea assorta e divertita nel foyer del rinato teatro Margherita. Quel Gianni Minà che riuscì a farsi largo tra i 1.500 giornalisti accrediti per il “rumble in the jungle” il match dei match tra Alì e George Foreman nel 1974 ed entrò direttamente nel suo spogliatoio grazie al “fratello” calabrese Angelo Dundee, l’allenatore all’angolo di Alì.

Alì e Minà erano amici, nonostante la prima intervista alle Olimpiadi di Roma del 1960, segnata da un Alì prevenuto nei confronti dei bianchi occidentali che riconobbe però a Minà una certa dose di onestà, assicurandogli che in seguito ci sarebbero state altre interviste. Interviste che divennero un’amicizia per la vita.

Compirà 81 anni tra pochi giorni l’uomo che è riuscito a tener testa per sedici ore a Fidel Castro in una delle interviste più lunghe della storia. Dalle due del pomeriggio di domenica 28 giugno 1987 alle cinque del mattino del lunedì seguente “armati solo di the freddo”.

Novanta domande preparate. Novanta. Castro era “Un intellettuale drastico, la verità è solo quella che lui professava, ma te la spiegava nei minimi particolari. Parlava qualcuno che sapeva”. Una intervista nata per caso, frutto della testardaggine di Minà che per anni ha presentato la domanda per poterlo intervistare, insistendo sin quando finalmente fu accettata. Andò da Castro con la sua piccola troupe italiana di sempre, due operatori, un fonico e un elettricista “perchè nessuno dicesse che mi avevano imposto qualcuno” e parlarono di tutto, della rivoluzione cubana, di Che Guevara, del socialismo.

Alla domanda: “Ma come hai fatto?” Minà risponde “Quando uno punta qualcosa le forze ti vengono come per incanto. E’ l’orgoglio di quello che fai. Ti possono censurare, ma quello che hai fatto resterà nella storia”.

Il Minà ha sempre “ammirato le persone che fanno qualcosa al di sopra del normale” come Maradona, “che aveva come unica responsabilità quella di essere il più grande giocatore di football mai nato. Un fuoriclasse sul campo, fragile nella vita”. Mine glissa sulle debolezze dell’uomo “Una persona non è un reietto se è contraddittorio. Il giornalista non ha la padronanza sulla vita degli altri. Io mi sono sforzato di dare spiegazioni, anche se non è così facile spiegare i modi di un altro essere umano”.

Minà parla e la sua vita è il racconto di tutto ciò che è stata la seconda metà del Novecento. Parla di Pier Paolo Pasolini che con la maglia numero 4 da mediano di spinta giocava il sabato pomeriggio sul campo che si era fatto costruire Gianni Morandi, dove si riunivano tutti gli artisti. Parla di Ennio Morricone compagno di scuola alle elementari di Sergio Leone e delle loro discese dalla storica scalinata di viale Glorioso quando come due indiani d’America la scendeva in sella ad una tavola di legno e “per farla scivolare di più ci facevano la pipì”. Ci sono tutti nei racconti di Minà, anche l’unico con cui non è riuscito a parlare, Nelson Mandela, “l’ho inseguito come un marcatore, ma l’ho perso per un soffio a Roma”.